GUIDARE A MALTA È DAVVERO UN’ESPERIENZA IN TUTTI I SENSI

GUIDARE A MALTA È DAVVERO UN’ESPERIENZA IN TUTTI I SENSI

Guidare a Malta è davvero un’esperienza in tutti i sensi.

Di certo bisogna prestare molta attenzione a girare per le strade maltesi per l’asfalto lucido e scivoloso e per le buche e dossi , ma la cosa a cui bisogna soprattutto badare  è la guida un po’ spericolata e sregolata dei suoi abitanti.

Quando sono alla guida dimenticano ogni stile british piu’ raffinato ed esce il loro spirito piu’ mediterraneo .

Questo il piu’ delle volte mi crea imprecazioni non degne di essere ripetute ma, altre volte, invece riesce a suscitarmi un po’ di ilarità. Come si fa ad avere il coraggio di fermare l’auto in mezzo ad un incrocio bloccando tutto il  traffico? E quando arrivano a spostare l’auto, dopo varie strombazzate di clacson,  appaiono tranquilli e se ne vanno per nulla agitati chiedendo scusa con un semplice sorriso.Oppure quando dopo aver parcheggiato in divieto bloccando l’uscita ad altre 5 persone arrivano imperterriti dicendo ”ero a bere un caffè con un’amica e non c’era altro parcheggio”. Anche se 200 metri piu’ in là c’erano parcheggi liberi…

Solo i maltesi sanno farlo.

Le frecce non si usano ed è normale per i maltesi svoltare, parcheggiare , cambiare direzione senza indicare agli altri autisti le proprie volontà in barba ad ogni buono standard di sicurezza.

Il parcheggio è selvaggio: per i maltesi è normale fermarsi in mezzo alla strada per parlare con qualcuno, scaricare o fare la spesa anche se cio’ comporta bloccare tutta la fila di auto dietro o costringere a pericolose peripezie e cambi di corsia. I parcheggi in curva , sugli incroci, in seconda fila o sui marciapiedi sono all’ordine del giorno : tutto è consentito. Anche se vicino ci sono parcheggi liberi si fermano dove hanno necessità in barba ad ogni regola di sicurezza e rispetto pur di non fare due passi a piedi.

parcheggio

Corrono veloci, passano nelle corsie riservate ai bus , sembra che abbiano fretta di arrivare ma se incontrano un amico si fermano a parlare tranquillamente in mezzo alla strada, senza nessuna fretta!!!!

Guidano con il cellulare in mano, non fanno uso dei seggiolini per i bambini, li fanno sedere senza cinture di sicurezza ma la cosa non li preoccupa.

Anche questo è Malta!

Leggetevi questo divertente articolo su cosa pensano i guidatori stranieri dei guidatori maltesi (così fate anche un po’ di pratica in inglese)

http://littlerock.com.mt/lifestyle/8-things-maltese-drivers-do-or-dont-do-that-drive-others-mad

I prestiti alla Grecia sono subito tornati alle banche tedesche e francesi e non sono arrivati al popolo?A conti fatti, non è andata proprio così.

I prestiti alla Grecia sono subito tornati alle banche tedesche e francesi e non sono arrivati al popolo?A conti fatti, non è andata proprio così.

Santi in Europa pochi, in Grecia ancora meno

Interessante caso per i cittadini Italiani per comprendere cosa è accaduto e cosa potrebbe accadere per il bel paese

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Se ai cittadini ellenici è arrivato poco, le responsabilità sono anche di chi li ha governati. Rimane che negli ultimi cinque anni il peso dei singoli creditori nei confronti di Atene è molto cambiato. La Francia si è quasi defilata. Italia e Spagna, invece, in prima fila con la Germania per esposizione.

Tsipras sostiene che le risorse del primo salvataggio sono andate alle banche di Francia e Germania. Ma i numeri raccontano una storia diversa. Tra 2010 e 2013 banche e governo greci hanno ricevuto un flusso positivo di risorse dall’estero. Un accordo con i creditori l’avrebbe fatto continuare.

Un regalo alle banche straniere?

Nel suo appello al Parlamento europeo, il premier greco Alexis Tsipras ha detto: “I vostri soldi sono serviti a salvare le banche, non sono mai arrivati al popolo”. È la stessa tesi di un nutrito gruppo di autorevoli economisti, tra cui Joseph Stiglitz e Luigi Zingales, e di esponenti politici italiani. Nella sostanza, il bail-out del maggio 2010 non avrebbe fatto altro che riempire le casse delle banche tedesche e francesi e i greci sarebbero stati costretti a girare i 110 miliardi ricevuti dalla Troika ai creditori privati sotto forma di interessi e principale. Su quale evidenza si basa questa tesi?
La prima domanda è se sia vero che il bail-out sia stato un grande regalo alle banche francesi e tedesche. Il taglio del debito pari a circa il 50 per cento, deciso nel 2012, le avrebbe colpite solo dopo che hanno potuto ridurre drasticamente la loro esposizione verso i titoli greci. Utilizzando i dati della Bank of International Settlements (Bis), è possibile ricostruire i crediti del sistema finanziario tedesco e francese (a esclusione delle assicurazioni) nei confronti del governo e del settore privato greci (si vedano anche Leonid Bershidsky, Silvia Merler e Francesco Daveri).
Alla fine del 2009, il debito pubblico greco collocato presso investitori esteri era pari a 68 miliardi di euro. Alla fine del 2011, quindi dopo il primo bail-out, la cifra si era ridotta a 30 miliardi. Dunque, circa il 35 per cento dei complessivi 110 miliardi del primo bail-out è stato utilizzato per ripagare i creditori esteri. E il rimanente 65 per cento? Circa 15 miliardi sono finiti nelle casse delle banche greche e i restanti 57, poco meno del 30 per cento del Pil, in quelle del governo greco.
I dati Bis riportano anche l’esposizione complessiva delle banche tedesche e francesi – e delle loro controllate greche – nei confronti della Grecia. Se applichiamo alle banche tedesche e francesi la stessa proporzione tra crediti verso il governo e i privati che vale per il totale dei creditori esteri, si arriva a una esposizione, nei confronti del debito pubblico di Atene, rispettivamente di 16 e 25 miliardi. Quindi, è lecito ipotizzare che nelle casse delle banche tedesche e francesi siano finiti, rispettivamente, 9 e 14 miliardi del piano di salvataggio, ovvero, rispettivamente, solo 0,8 e 1,2 per cento del totale dei loro crediti esteri. Questi numeri sarebbero leggermente più grandi se prendessimo in considerazione anche la variazione dei crediti di investitori esteri nei confronti dei privati greci, come banche e imprese. Per esempio, se ipotizzassimo che i circa 15 miliardi che il governo greco versò nelle casse delle banche nazionali siano stati utilizzati interamente per ripagare debiti con creditori esteri, allora la frazione delle risorse del bail-out rimaste in Grecia scenderebbe dal 65 al 50 per cento.
Nel 2012 la Grecia beneficia di un secondo bail-out. Questa volta, il governo greco riesce a imporre un haircut sul debito pari al 52 per cento del valore nominale. Nel frattempo, l’esposizione delle banche europee nei confronti del governo greco era diminuita rispetto al 2010, ed era pari a circa 60 miliardi. Quindi, l’haircut sul debito ha comportato una perdita di 30 miliardi rispetto al valore nominale. Anche le banche greche sono state vittime del taglio del debito, perdendo 22 miliardi, subito però ripianati dal governo greco grazie a un prestito dal fondo salva-stati (Efsf).
Dunque, se è vero che il salvataggio del 2010 è servito principalmente a salvare le banche di alcuni paesi, qualcosa è andato storto. Queste banche, principalmente francesi e tedesche, avrebbero “evitato” perdite per 40 miliardi nel 2010 (che si sarebbero verificate sotto l’ipotesi di default completo) per poi perderne circa 30 due anni dopo. Una differenza, 10 miliardi, relativamente modesta, e che corrisponde a un limite massimo in quanto calcolata senza tenere conto che l’allungamento delle scadenze ha comportato un haircut maggiore in occasione del secondo salvataggio.
Inoltre, a fronte del “salvataggio” delle banche tedesche e francesi, i contribuenti di questi paesi sono ora esposti verso la Grecia, attraverso l’Efsf e la Banca centrale europea, per una cifra non inferiore ai 160 miliardi di euro. Non proprio un affare.

I flussi finanziari verso la Grecia

In realtà, a conti fatti, sembra che tra i grandi beneficiari del bail-out greco vi siano le banche greche e, con loro, i depositanti greci che hanno avuto l’accortezza di liquidare i propri conti prima della chiusura forzata degli istituti. Infatti, mentre sarebbero fallite in caso di default nel 2010, nel 2012 hanno potuto utilizzare i fondi dell’Efsf per coprire le perdite dovute al taglio del debito. Se i denari delle banche greche non sono arrivati all’economia è, però, principalmente responsabilità dei governi di Atene.
La tesi secondo cui gli aiuti della Troika sarebbero una partita di giro perché rientrerebbero immediatamente nei paesi creditori sotto forma di pagamento di interessi e principale non convince anche guardando ai flussi finanziari aggregati. Jeremy Bulow e Kenneth Rogoff mostrano chiaramente come, dal 2010 al 2013, la Grecia abbia beneficiato di un flusso netto di fondi positivo e pari a circa 91 miliardi di euro. È vero che questo stesso flusso diviene poi negativo, tra il 2014 e il 2015, per circa 19 miliardi. Tuttavia, bisogna tenere conto che il 2015 è l’anno in cui matura una parte importante dello stock di debito e che una buona parte dei pagamenti sarebbe stata rifinanziata con soldi europei in caso di accordo con i creditori.
Fare chiarezza sui numeri non è solo una diatriba accademica. Le conseguenze di un messaggio sbagliato possono essere molto gravi.

http://www.lavoce.info/archives/36053/bail-out-greco-dove-sono-finiti-i-soldi/

It’s quite clear who is the real President of Europe now as well as what Ryanair did, do and will do for having a real Europe for citizens and businesses. Ryanair offer Greeks free flights

It’s quite clear who is the real President of Europe now as well as what Ryanair did, do and will do for having  a real Europe for citizens and businesses. Ryanair offer Greeks free flights

https://www.linkedin.com/pulse/article/its-quite-clear-we-have-president-europe-now-alberto-balatti/edit

Europe’s largest budget airline Ryanair is calling on Greek authorities to back its plan for free flights on a number of Greek domestic routes for two weeks, as the nation teeters on the edge of economic collapse.

The airline plans to offer free flights to Greeks on routes between Athens and Chania, Rhodes, and Thessaloniki, from 13 July. The offer is dependent on aviation authorities and Athens airport also agreeing to scrap fees, the Dublin-based carrier said on Thursday.

“Ryanair is now requesting our partners to join our commitment by easing the pressure on the Greek people in making this beneficial gesture,” the company said. Chief Executive Officer Michael O’Leary called the Greek crisis “a tragedy”.

Last week, the carrier said Greeks would be able to buy flight tickets using cash after the use of credit cards became problematic as banks tightened restrictions. Ryanair relies predominantly on online, cashless transactions for the majority of its ticket sales.

Ryanair bases four aircraft in Athens, serving 12 destinations including London, Milan and Brussels, with the operation forecast to attract 2.2 million customers this year, according to its website. The carrier also has smaller bases in Thessaloniki and Crete and serves eight other locations.

http://www.maltatoday.com.mt/lifestyle/travel/54945/ryanair_may_offer_greeks_free_flights_amid_economic_crisis#.VZ948fntmko

Africa’s ticket to wealth is the garment industry and MALTA is perfectly located in the middle of the MED sea and EMEA area to connect supply and demand

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Should Africa follow Asia’s development model?

If Africa wants to get rich, a good place to start is probably the garment trade.

Historically, the path to wealth for nations has run through manufacturing. Manufacturing gives you a way to quickly move a lot of people from low-productivity farming to higher-productivity jobs without requiring that they pick up lots of new skills first. And the garment industry fits the bill admirably; it does not not require lots of expensive infrastructure or a skilled population that can supply and maintain fancy machines, and it does use lots of low-skilled labor. Once you get people through the factory gates, their higher productivity and earnings will support improvements in infrastructure, education and services, that can fuel further growth. Eventually, one hopes that your country will get too rich to support much garment manufacturing, because workers will be able to command wages too high for low-margin, hypercompetitive garment factories. Then the workers move into higher-wage jobs, the factories move to a lower-wage locale, and everyone enjoys a higher income through the magic of Ricardo’s theory of comparative advantage.

Over the last few decades, we’ve seen the dazzling effects of this as economies moved up the value chain from simple products to fancy ones. There was a time in America when “Made in Japan” was a standard joke denoting cheap schlock, but the Japanese had the last laugh, as they leveraged their tchotchke dominance into a global manufacturing juggernaut that started competing to make our cars and televisions. Japan, in turn, shed its low-skill jobs to neighbors like South Korea and China. And now China is getting rich enough that other countries are luring away some of the lower-skilled work.

But normally, we think about that work going to Vietnam or Bangladesh, not Africa. That may be starting to change; the Wall Street Journal notes that “Ethiopia was recently identified as a top sourcing destination by apparel companies, according to McKinsey & Co., which surveyed executives responsible for procuring $70 billion of goods annually — the first time an African country was mentioned alongside Bangladesh, Vietnam and Myanmar.” With Asia getting richer, global corporations are looking farther afield. A garment worker in China, the Journal says, gets anywhere from $150 to $300 a month; that same worker in Ethiopia makes only $21. Those those kinds of wage differentials are quite enticing, as Americans have learned by watching manufacturing jobs move abroad.

That said, there are still a lot of hurdles to overcome. African manufacturing is currently a blip on the radar compared to China, and it will take a long time to see the kind of revolution we’ve seen elsewhere. Catch-up growth takes quite a while to take off. There’s a lot standing between Africa and that goal, such as some basic infrastructure; it doesn’t matter how low your wages are if there aren’t any good roads to get your products to port, or if there are no good ports.

Armed conflict is obviously another. Corruption usually makes this list as well, and at a certain level — say, where Iraq was a few years ago — it seems clear that it’s going to choke off growth. But I doubt you need Swedish levels of corruption control to get economic growth, either. Corruption is a huge civic issue, but quite a lot of Asian countries have managed quite a lot of growth without anything like the corruption control and “good government” that I used to assume would naturally boost a country’s economic prospects. So I’ve gone back to loving good government for its own beautiful self, rather than its economic benefits. Economically, I’m much more interested in whether you have reliable electric power and somewhere nearby that a container ship can dock.

The remaining question is, of course, whether we should be rooting for profit-seeking global corporations to take manufacturing jobs to Africa if they will pay such pitifully low wages. You’ll probably not be surprised to hear that my unequivocal answer is “yes.” Just consider what the alternatives must be if people are willing to slave in a factory for $21 a month. So moving jobs to Ethiopia, or elsewhere in Africa, does good for dreadfully impoverished people.

Sure, you say, a $21-a-month manufacturing job might be an improvement, but why settle for such a small improvement? What if we just raised the garment factories’ initial wages a little, or mandated some basic worker protections? The problem is that any such measures add costs to employing workers there. Garment factories are a classic “footloose” global business; because they are relatively low-tech, and relatively labor-intensive, they look very hard at the price of employing a worker … and if the price is not low enough, they keep looking. Manufacturers might well take a chance on Africa only if the wage differential were quite high. Otherwise why uproot the operations in Bangladesh that pay workers $67 a month?

This is not an argument for permanent low wages. It is an argument for some improvement for African workers, as a step toward many bigger improvements. The hope is that Africa would eventually experience what we’ve seen in Japan, South Korea and now China: As the economy develops, garment factories will move on from country to country, until every country has industrialized to the point where no one in the world is working for $21 a month.

These jobs aren’t great on any absolute scale, but compared to local alternatives, they provide an above-average standard of living. The richer Africa gets, the more its citizens’ wages will rise — and the more its citizens will be able to invest in things like a cleaner environment, more years of education for their children, better worker protections and more leisure, just as workers have done in the west.

Of course, not all the Chinese garment workers would necessarily agree that this movement is beneficial, any more than American garment workers were pleased to hear that everyone was getting richer in China. But this process does have a natural stopping point, and that’s when Africa industrializes. If Africa can manage the same kind of growth that Asia has managed in the last 70 years, then eventually we can look forward to a much more equal and much more wealthy world. That’s obviously not the only possible future, but it’s one possible future. Definitely the one to push toward.

http://www.bloombergview.com/articles/2015-07-09/africa-should-lure-bangladesh-s-garment-industry