Ombelico del mondo, dove agli expatriates piace vivere e lavorare

Ombelico del mondo, dove agli expatriates piace vivere e lavorare – iscritti AIRE

L’ Ombelico del mondo, questo il titolo ed il ritornello di un pezzo del 2000 di un cantautore italiano di gran successo, ma anche la visione che molti hanno rispetto al paese ed alla città dove sono nati e dove vivono da sempre.

Anche i poteri secolari hanno sostenuto per millenni che la terra fosse il centro del sistema solare, e accade ancora oggi dove troppi usano il marketing, la manipolazione, la narrazione per non vedere la realtà, anzi per modificare la percezione della realtà, sino a cambiare il pensiero delle persone.

La verità scientifica o la vera esperienza delle persone e degli individui conta sempre meno, avvolta da una nebbia offuscante e manipolatrice.

Pensate che l’ EMA (agenzia europea del farmaco), in procinto di trasferirsi da Londra Canary Wharf (a parte il clima, oggettivamente un gran bel posticino se non ci fosse la Brexit) in una nuova località europea, ha lanciato un’indagine tra i suoi 900 funzionari e le 5 città europee preferite sono risultate essere:

Amsterdam, Barcellona, Vienna, Milano, Copenhagen (il direttore dell’agenzia è Italiano)

Provate ora a confrontare queste percezioni e scelte con i risultati della nuova indagine di Internation/expat insider fatta su un campione di migliaia di Expatriates che nel mondo e in tutte queste città ci vivono e lavorano da tempo

Dovete purificare questa survey dalle città NON EU, da alcune variabili come quella di Malta che, essendo una sorta di città stato, non è presente nella classifica delle città ma al 7 posto di quella dei paesi.

Milano, l’ ombelico del mondo di molti Italiani è al 43 posto e Roma fuori classifica, mentre Dublino e Parigi sono tra i peggiori 50….. Amsterdam al 5 posto.

Ma allora, quanto conta l’esperienza vera e non mediata? Dare valore e condividere quella degli altri senza basarsi solo sulle proprie convinzioni, è il primo passo che mostra che siamo pronti a cambiare le nostre percezioni, influenzate dal guardare troppo il nostro ombelico, che non è sempre quello del mondo.

Ormai i giochi per l’ EMA sono fatti, voi intanto divertitevi a fare le vostre scelte, noi qualche esperienza, practice e consigli l’ abbiamo, che sia per individui, famiglie o corporations -AIRE

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Expat Destinations: The Top Cities in 2017

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Paradisi Fiscali: nuovo modello Europeo a punti paesi blacklist

Paradisi Fiscali: nuovo modello Europeo a punti paesi blacklist

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Tassazione equa: la Commissione avvia i lavori per compilare un primo elenco comune UE delle giurisdizioni fiscali non collaborative

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Bruxelles, 15 septembre 2016

La Commissione europea procede speditamente con i lavori di elaborazione di un primo elenco UE delle giurisdizioni fiscali non cooperative; è stata infatti presentata una valutazione preliminare (“quadro di valutazione degli indicatori”) di tutti i paesi terzi realizzata sulla base di una serie di indicatori chiave.

Spetta ora agli Stati membri dell’UE scegliere quali paesi dovrebbero essere sottoposti a un esame più approfondito nei prossimi mesi per individuare con precisione quelli che non rispettano le norme in materia di fiscalità.

Nel gennaio 2016, nell’ambito del più ampio obiettivo di contrastare l’evasione e l’elusione fiscali, la Commissione ha avviato un processo in tre fasi per compilare l’elenco comune dell’UE. Un elenco comune dell’UE delle giurisdizioni non cooperative avrà un peso molto maggiore rispetto all’attuale mosaico di elenchi nazionali nel trattare con i paesi terzi che rifiutano di conformarsi alle norme internazionali di buona governance in materia fiscale. Un elenco dell’UE impedirà inoltre una pianificazione fiscale aggressiva che abusi delle asimmetrie tra i diversi sistemi nazionali.

L’elenco definitivo delle giurisdizioni non cooperative dovrebbe essere pubblicato entro la fine del 2017. Gli Stati membri hanno già espresso il loro sostegno a questo approccio, che gode anche del fermo sostegno del Parlamento europeo.

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Pierre Moscovici, Commissario per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, ha dichiarato: “L’UE prende sul serio i propri impegni di buona governance a livello internazionale. È ragionevole aspettarsi che i nostri partner internazionali facciano lo stesso. Vogliamo avere un dibattito leale e aperto con i nostri partner su questioni fiscali che ci riguardano tutti a livello globale. L’elenco dell’UE sarà il nostro strumento per trattare con i paesi terzi che rifiutano di adeguarsi alle norme.

Come è stato concepito il quadro di valutazione

Obiettivo del quadro di valutazione della Commissione è aiutare gli Stati membri a decidere con quali paesi l’UE dovrebbe avviare un dialogo sulle questioni di buona governance fiscale. È stato elaborato per avviare i lavori e contribuire ad orientare le scelte degli Stati membri nel decidere quali paesi sottoporre ad esame.

Tutti i paesi terzi e le giurisdizioni fiscali del mondo sono stati esaminati per determinare il rischio che essi presentano di favorire l’elusione fiscale. Tale valutazione preliminare si è basata su un’ampia gamma di indicatori oggettivi e neutri, tra cui dati economici, attività finanziaria, strutture giuridiche e istituzionali e norme basilari in materia di buona governance fiscale.

Come primo passo, il quadro di valutazione presenta dati fattuali su ogni paese rispetto a tre indicatori neutri: legami economici con l’UE, attività finanziaria e fattori di stabilità. Le giurisdizioni che occupano posizioni di rilevo in queste tre categorie sono quindi esaminate rispetto ad altri indicatori di rischio, come il livello di trasparenza o il ricorso potenziale a regimi fiscali preferenziali.

La valutazione preliminare non rappresenta alcun giudizio nei confronti dei paesi terzi, né costituisce un elenco preliminare dell’UE. I paesi possono occupare posizioni di rilevo rispetto agli indicatori del quadro di valutazione per vari motivi, anche quando non costituiscono una minaccia per le basi imponibili degli Stati membri. L’intento è quello di aiutare gli Stati membri a selezionare i paesi che intendono sottoporre a un esame più approfondito sotto il profilo della buona governance fiscale: sarà questa la prossima tappa nel processo di elaborazione dell’elenco dell’UE. L’UE collaborerà strettamente con l’OCSE durante il processo di compilazione dell’elenco e terrà conto della valutazione dell’OCSE sulle norme di trasparenza delle giurisdizioni.

Prossime tappe

La valutazione preliminare è stata presentata il 14 settembre agli esperti degli Stati membri nell’ambito del gruppo “Codice di condotta (Tassazione delle imprese)”. Sulla base dei risultati, il gruppo “Codice di condotta” deciderà le giurisdizioni da sottoporre a un esame più approfondito; la decisione dovrebbe essere approvata dai ministri delle finanze entro la fine dell’anno. L’esame dei paesi terzi selezionati dovrebbe iniziare il prossimo gennaio; l’obiettivo è disporre di un primo elenco dell’UE delle giurisdizioni fiscali non cooperative entro la fine del 2017.

Contesto

La compilazione del nuovo elenco rientra nella campagna dell’UE volta a contrastare l’evasione e l’elusione fiscali e a promuovere una maggiore equità fiscale nell’Unione e a livello mondiale. È stata proposta dalla Commissione nel gennaio 2016 nell’ambito della strategia esterna per un’imposizione effettiva e approvata in maggio dai ministri delle finanze dell’UE. Anche il Parlamento europeo ha ripetutamente espresso il proprio sostegno alla compilazione di un elenco dell’UE.

La strategia esterna definisce un processo di elaborazione dell’elenco dell’UE chiaro, equo e obiettivo, articolato in tre fasi.

  • 1. Quadro di valutazione La Commissione pubblica un quadro di valutazione neutro degli indicatori per contribuire a determinare il livello potenziale di rischio del sistema fiscale di ciascun paese nell’agevolare l’elusione fiscale. La Commissione presenta i risultati del quadro di valutazione agli esperti degli Stati membri nell’ambito del gruppo “Codice di condotta” del Consiglio.
  • 2. Esame Sulla base dei risultati del quadro di valutazione, gli Stati membri decidono quali paesi terzi devono essere ufficialmente sottoposti a un esame da parte dell’UE. L’esame delle norme di buona governance fiscale dei paesi terzi sarà svolto dalla Commissione e dal gruppo “Codice di condotta”. Sarà avviato un dialogo con i paesi interessati per consentire loro di rispondere alle preoccupazioni espresse o discutere una cooperazione approfondita con l’UE in materia fiscale.
  • 3. Compilazione dell’elenco Una volta completato l’esame, i paesi terzi che si sono rifiutati di collaborare o di avviare un dialogo con l’UE sulla buona governance fiscale saranno inseriti nell’elenco dell’UE.

L’elenco comune dell’UE è da intendersi come un’ultima possibilità. Sarà uno strumento per trattare con i paesi terzi che rifiutano di rispettare i principi della buona governance fiscale quando tutti gli altri tentativi di avviare il dialogo con tali paesi hanno fallito.

Per maggiori informazioni:MEMO/16/2997

Tasse APPLE, Irlanda, Malta , Italia …

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La competizione fiscale tra gli stati Europei è lecita ma non se lo è in modo selettivo

Per essere competitivo anche sul lato fiscale ma essere sempre compliant con Malta, Italia, Europa e OCSE….le migliori soluzioni a Malta con MALTAway

Un ringraziamento al contributo di NOISE FROM AMERIKA, essendo difficile trovare in italiano un approfondimento capce di fare chiarezza nella nebbia culturale, giornalistica e politica creata dalla decisione recente della Commissione Europea

La sovranità fiscale dei singoli Stati non è in discussione e la competizione fiscale (fra stati membri) nemmeno. Ma questi principi vanno gestiti “a pari condizioni”, non “ad personam”, ed all’interno di un quadro di regole sovranazionali ben definito – com’è il TFUE o come sono i principi OCSE. La fiscalità può creare distorsioni della concorrenza sia quando è artificiosamente e selettivamente bassa, sia, invero, quando è palesemente elevata se, di nuovo, questo avviene solo per alcuni a favore di altri.

Tenete anche presente che, in caso di Brexit se e se mai ci sarà, avere una società in UK anzichè ad esempio a Malta, non consentirà più ad un azionista Europeo di godere dei vantaggi previsti dalla legislazione europea in tema di tassazione alla fonte di redditi societari provenienti da dividendi o capital gain … quindi attenzione ai fatti e alle decisioni che state intraprendendo

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http://noisefromamerika.org/articolo/caso-apple-mela-ed-paradiso-fiscale-perduto

Il caso Apple: la mela ed il paradiso (fiscale) perduto

Del perché Apple ha (probabilmente) torto e la Commissione ragione, ma non è detto che vincerà in tribunale. Alcune precisazioni tecniche su una questione che ha già scatenato numerose polemiche e che è di rilevanza capitale nel lungo periodo.

I termini della questione

In estrema sintesi, la Commissione UE ha deliberato sulla presunta illegittimità, rispetto alla normativa comunitaria sugli “aiuti di Stato” che violano il principio di “libera concorrenza”, di ruling fiscali (tecnicamente parlando, ATA – advanced tax agreements) concessi dalle autorità irlandesi a due società del gruppo Apple ivi residenti. L’importo da restituire, secondo la Commissione, ammonta a ben 13 miliardi di euro circa, oltre agli interessi, e si riferisce alla sommatoria delle agevolazioni irregolari ottenute nel periodo dal 2003 (la normativa degli “aiuti di Stato” retroagisce fino a dieci anni dall’inizio della procedura) al 2014 (a partire dal primo gennaio 2015 il gruppo Apple ha modificato la sua struttura fiscale irlandese, ndr). L’Irlanda (pare) ed Apple (certamente) faranno ricorso alla Corte di Giustizia europea (come previsto dalla procedura); soprattutto l’azienda di Cupertino ha negato gli addebiti sia con una “lettera aperta” alla clientela europea che tramite interviste sui maggiori media internazionali da parte di suoi manager. I principi in gioco, dipinti da molti come “(necessaria) tutela della libera concorrenza vs (auspicabile) difesa dell’autonomia nazionale in tema di fiscalità”, ma anche come “ingerenza della UE (e delle pretese fiscali in senso lato) vs tutela della libertà economica (e del legittimo risparmio fiscale)”, nonché la dimensione eclatante della cifra in sé (l’Economist si era lanciato in una previsione di “solo” un miliardo di euro circa) hanno dato il fuoco alle polveri dei commenti immediati di molti (spesso senza nemmeno aver visto bene i documenti disponibili, che pur ci sono), tanto che la confusione che si è ingenerata raggiunge livelli di guardia.

La delibera della Commissione

Con il comunicato del 30 agosto 2016, la Commissione UE ha reso noto le conclusioni a cui è pervenuta. Anche l’attuale Commissario Margrethe Vestager, sempre il 30 agosto 2016, è direttamente intervenuta con alcune precisazioni.

Nello specifico, la Commissione ritiene violata la normativa in tema di “aiuti di Stato” in seguito della concessione – da parte dell’Irlanda – di vantaggi fiscali indebiti a favore di due società del gruppo Apple, così da aver determinato una distorsione della concorrenza. Non è quindi in discussione “il regime tributario irlandese in generale né l’aliquota sulle società applicata nel paese”, attualmente pari al 12,5%, bensì due ruling fiscali (uno del 1991 e l’altro del 2007) che concedevano “modalità di determinazione degli utili imponibili […] non corrispondenti alla realtà economica” poiché “la quasi totalità degli utili veniva imputata internamente ad una sede centrale […] esistente solo sulla carta”.

Ciò si realizzava attraverso due meccanismi sovrapposti: (i) uno legato alla concessione del “diritto d’uso” della proprietà intellettuale per i territori diversi dal nord e sud America, con conseguente “accordo di ripartizione dei costi” con il quale le società irlandesi sostenevano la metà della totalità dei costi di ricerca e sviluppo di Apple su base mondiale (facendo emergere così un costo deducibile); (ii) l’altro legato all’attribuzione di una forfetizzazione del reddito imponibile tassabile in Irlanda, parametrato ad un ricarico standard della quota parte dei costi sostenuti di pertinenza della sola branch irlandese (facendo così emergere fiscalmente solo parte dei profitti effettivamente conseguiti). In buona sostanza, in forza dei ruling ottenuti, secondo la ricostruzione della Commissione, da un lato, venivano caricati all’Irlanda costi (deducibili) relativi ad attività di ricerca e sviluppo su base mondiale e, dall’altro, attratti a tassazione solo parte della base imponibile legata (forfetariamente) alle sole attività irlandesi. Volendo rappresentare sinteticamente la struttura fiscale utilizzata da Apple, occorre ricordare come tutte le vendite realizzate nei paesi europei, dai distributori e dai negozi locali (che agivano da meri depositi), venivano imputate direttamente ad una delle due società irlandesi (Apple Sales Int’l; l’altra è società di logistica/assemblaggio), tanto da generare in alcuni casi contestazioni “locali” (vedi il patteggiamento con il fisco italiano) e, nondimeno, la possibilità che anche altri paesi UE possano “rivendicare” parte del “beneficio fiscale” irregolarmente ottenuto.

La commissione, quindi, pur specificando di non avere competenza in materia fiscale, rileva dunque che, “ai fini della tutela dei principi di libera concorrenza”, i ruling concessi dall’Irlanda costituiscono, nel caso in esame, violazione della norma sugli aiuti di Stato (cfr. paragrafi successivi). Margrethe Vestager dice esplicitamente “this selective tax treatment of Apple in Ireland is illegal under EU State aid rules.” e “it gave Apple a significant benefit compared to other businesses […] tax rulings cannot endorse a method to calculate taxable profits of a business that fails to reflect economic reality”.

“This decision sends a clear message: member states cannot give unfair tax benefits to selected companies. No matter if they are European or foreign, large or small, part of a group or not”.

La risposta di Apple

L’attuale CEO di Apple, Tim Cook, ha prontamente replicato, in pari data, con una lettera aperta negando gli addebiti, soprattutto in ordine ai ruling contestati, rilevando l’incertezza giuridica conseguente (che rischia di comportare una riduzione degli investimenti in UE, oltre che di Apple anche di altre multinazionali) e sollevando obiezioni sugli effetti retroattivi della decisione della Commissione.

Anche il CFO di Apple, Luca Maestri, in un’intervista sul Corriere della Sera, è intervenuto sostenendo alcuni elementi a supporto (tra cui l’essere il maggior contribuente sia negli USA che in Irlanda) e rilevando anch’egli la questione della retroattività, pur dichiarandosi a favore di una “soluzione legislativa” che dia certezze, invece che rincorrere contenziosi ex post.

Invero, però, nessuno dei due interventi porta elementi oggettivi di dettaglio a supporto della loro linea difensiva (che, come detto, verrà sostenuta nei ricorsi alla Corte di Giustizia), lasciando anzi “aperte” alcune contraddizioni (cfr. paragrafi successivi).

La lettera della Commissione all’Irlanda

In realtà, ben più interessante ai fini dell’analisi della questione appare la lettera inviata dalla Commissione UE alle Autorità irlandesi già il’11 giugno 2014. È da questo documento che emergono infatti gli elementi maggiormente utili per comprendere i fatti e, di conseguenza, per provare a trarre un giudizio oggettivo.

Intanto, i tempi.

Nel giugno 2013, la Commissione inizia l’esame delle pratiche di ruling fiscale in alcuni stati membri, ai fini della valutazione della potenziale distorsione della concorrenza. Nel dicembre 2014 la Commissione estende a tutti gli stati membri le richieste di informazioni. Nell’ottobre 2015, vengono sanzionate (rispettivamente, per accordi in Lussemburgo e in Olanda) Fiat e Starbucks. Nel gennaio 2016, (per accordi in Belgio) è il turno di altre 35 multinazionali. Sono tuttora in corso procedure (in Lussemburgo) su Amazon e Mc Donald’s. A ottobre 2015, infine, è stato siglato l’accordo politico per uno scambio automatico di informazioni sui ruling fiscali.

Le date sono importanti. La procedura nei confronti di Apple si apre nel 2013. A giugno 2014, la Commissione scrive la lettera (prima citata) alle autorità Irlandesi. Nel 2015, Apple modifica l’organizzazione della sua struttura fiscale in Irlanda (cioè in concomitanza con la sottoscrizione dell’accordo di scambio di informazioni citato). A fine agosto 2016, la Commissione comunica la sua decisione.

Poi, la questione dei fiscal ruling.

Se Tim Cook nella sua lettera smentisce la loro esistenza con un perentorio “we never asked for, nor did we receive, any special deals”, il CFO Maestri già corregge il tiro con un meno secco “Nel 1991 e nel 2007 abbiamo chiesto alle autorità fiscali irlandesi di spiegare esattamente come operare nel paese e come pagare correttamente le tasse. È un procedimento normale che si segue specialmente quando la legislazione cambia. Ma qualunque condizione fiscale a noi applicata, era disponibile anche per le altre aziende”. Nella lettera della Commissione emerge invece – con la citazione di atti, mail e verbali – una realtà del tutto differente (cfr. capitolo 2.3.2; paragrafi 35,36,37,38 e 39). Emergono, almeno da quel documento, elementi oggettivamente sufficienti per poter considerare esistenti i ruling contestati.

Inoltre, in merito alla sede centrale – alla quale venivano imputati gli utili sottratti a tassazione – i rilievi della Commissione vertono sul fatto che “[…] non aveva né dipendenti né uffici propri. Le uniche attività che possono essere collegate alla “sede centrale” sono poche decisioni dei membri del consiglio di amministrazione (molti dei quali lavoravano contemporaneamente a tempo pieno come dirigenti di Apple Inc.) riguardanti la distribuzione dei dividendi, questioni amministrative e la gestione di tesoreria. Queste attività generavano utili in termini di interessi che, secondo l’analisi della Commissione, costituiscono gli unici utili attribuibili […]” a detta “sede centrale”. Per dirlo con le parole della Vestager:

“Our decision concludes that splitting the profits did not have any factual or economic justification. As mentioned, the head office had no employees, no premises and no real activities. Only the Irish branch of Apple Sales International had any resources and facilities to sell Apple products. But under the tax rulings it was the head office that was attributed almost all of the company’s profits – in fact, due to Apple’s set-up, it was attributed almost all of the profits Apple made from selling products throughout Europe, the Middle East, Africa and India”.

Ancora, la questione dei numeri.

L’effetto dell’applicazione dei ruling che consentivano la ripartizione della base imponibile tassabile tra la branch irlandese e la sede centrale, calcolando la base imponibile come percentuale forfetaria di ricarico sui soli costi imputati in Irlanda, ha comportato ad esempio una crescita del carico fiscale meno (molto meno) che proporzionale rispetto al + 415% delle vendite nel periodo 2009-2012.

Nel testo della lettera si legge “In fact, […] the sales income of ASI increased by 415% over the three years 2009-2012 to USD 63.9 billion. For the same period, the operating costs as reflected by the taxable income (which represents around [8-18]% of operating costs of the branch according to the ruling of 2007) increased by [10-20]%. […] As a large part of the operating capacity of ASI as a whole seems to be located in Ireland, the discrepancy between the sales growth and the growth of the Irish operating capacity, cannot be explained” e, ancora “If the 415% increase in sales is only due to an increase in price and not an increase in volumes, it would not be inconsistent that the operating expense of the ASI branch only increase by [10-20]% over the same period. However if the sales volumes increased [as it did, NdR], the operating costs of either the Irish branch of ASI or the operating costs that ASI incurs outside of Ireland should have increased significantly as well. At this stage, the increase in sales cannot be related to a comparable increase in operating costs, which could point to an inconsistency in the profit allocation to the Irish activities.”

Emerge ancora (stavolta dal comunicato stampa del 30 agosto) che “nel 2011 (secondo le cifre comunicate durante audizioni pubbliche del Senato USA) Apple Sales International ha registrato utili per […] circa 16 miliardi di EUR […] ma a norma del ruling fiscale solo 50 milioni di EUR circa erano considerati imponibili in Irlanda: rimanevano quindi 15,95 miliardi di EUR di utili non tassati. Di conseguenza, nel 2011 Apple Sales International ha versato in Irlanda un’imposta societaria che non raggiunge i 10 milioni di EUR, corrispondenti a un’aliquota effettiva dello 0,05% dei suoi utili annuali complessivi. Negli anni successivi gli utili registrati da Apple Sales International hanno continuato a crescere, ma non quelli considerati imponibili in Irlanda secondo il ruling fiscale. Pertanto l’aliquota effettiva è diminuita ulteriormente, fino a scendere ad appena lo 0,005% nel 2014.”

Le contraddizioni di Apple

Oltre che in questo instant fact checking, vi sono anche altri elementi contraddittori nelle tesi finora sostenute da Apple. Sulla (presunta) inesistenza dei ruling si è già detto (cfr, paragrafo precedente), ma la questione ulteriore (prescindendo dalla velata minaccia sulla riduzione degli investimenti) verte, sotto il profilo tecnico, sulla regola fiscale americana di differimento delle imposte sulla parte di utili realizzati all’estero e tassabili solo al momento del loro “rimpatrio” effettivo. Nel conteggio del corporate tax rate il CFO Maestri cita infatti “Nel 2014 abbiamo riportato il 26,1% di tasse sui nostri ricavi e nel 2015 il 26,5%. Nel mondo delle imprese, queste aliquote sono piuttosto fra le più alte”.

Ora, al di là della discutibile veridicità del giudizio comparato che espone Maestri, resta il fatto che Apple ha “accantonato diversi miliardi per versamenti supplementari che faremo quando riporteremo i fondi in America”. Si tratta però di imposte che al momento sono “non pagate” (rectius, “differite”) e che generano, quindi, una distorsione nel carico fiscale effettivo e del processo di armonizzazione della fiscalità internazionale. Nel merito il New York Times (articolo citato) rileva che il beneficio derivante ad Apple dalla “sospensione” della tassazione è abbastanza considerevole: “Apple has also kept more than $200 billion in accumulated profits offshore. That money could someday be brought home and taxed, but Apple is in control of whether or not that actually happens”.

La violazione della Concorrenza e la normativa sugli aiuti di Stato

La questione trova la sua ratio negli articoli 107 e 108 TFUE (cfr, per approfondimentihttps://www.to.camcom.it/sites/default/files/opportunita-europa/26392_CCIAATO_1512015.pdf e, anche, http://www.osservatorioaiutidistato.eu/faq.html ).

In sintesi, una misura o un’operazione rientra nel campo di applicazione del principio di incompatibilità degli aiuti di stato, quando: (i) ha origine statale ovvero mediante risorse statali…”; (ii) concede un vantaggio “selettivo” a talune imprese o talune produzioni; (iii) falsa o minaccia di falsare la concorrenza (in ambito comunitario); (iv) incide sugli scambi tra gli stati membri. Posto l’inciso «sotto qualsiasi forma» (contenuto nella norma) è giuridicamente considerato pacifico, in via generale, che anche misure fiscali possano costituire violazioni al principio del divieto degli aiuti di Stato, (cfr. giurisprudenza della Corte di Giustizia e Comunicazione 98/C 384/03).

Sono sempre compatibili con il mercato interno, invece, gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione che siano accordati senza discriminazioni determinate dall’origine dei prodotti, e gli aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali. Possono inoltre considerarsi compatibili con il mercato interno gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni con tenore di vita anormalmente basso o con grave sottoccupazione, ovvero gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di progetti di interesse europeo o a porre rimedio a crisi dell’economia di uno Stato membro; ancora, gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse e gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio nonché altre ipotesi di aiuti deliberati in sede UE di volta in volta.

Sotto questo profilo, nessuna di queste fattispecie pare essere utilizzabile nel caso in esame. Ciò determina, da un lato, la legittimità dell’intervento della Commissione, visti anche i precedenti giurisprudenziali (i cui estremi sono riportati nei documenti citati) e, dall’altro, sposta il fulcro della questione sulla legittimità o meno dei ruling fiscali contestati.

La competizione (fiscale) fra Stati, ruling e “transfer pricing”

Il punto centrale, quindi, diventa questo: nonostante la Commissione “in sé”, non abbia specifici poteri di intervento in materia fiscale, è la validità o meno degli accordi fiscali convenuti fra l’Irlanda e Apple a determinare gli effetti della vicenda; se sono irregolari, cioè selettivi e rilevanti sugli scambi fra gli stati membri nonché distorsivi della concorrenza in ambito comunitario, la tesi della Commissione risulterà vincente, altrimenti no.

La questione è molto controversa (tanto politicamente che in dottrina) e soggetta a numerose stratificazioni normative (locali e internazionali) cumulatesi nel tempo, tanto da essere difficilmente illustrabile esaustivamente in poche righe. Ad ogni buon conto (per maggiori approfondimenti; una interessante sintesi della questione tecnica può essere rinvenuta anche qui), di seguito si riassumono i lineamenti principali utili al fine di comprendere i punti principali.

Occorre dire che, in linea di principio, il ricorso ai ruling (rectius, come detto in premessa, ATA) non costituisce “di per sé” una violazione automatica del principio di libera concorrenza essendo, soprattutto in alcuni stati, di diffuso utilizzo (non così in Italia, dove è stato solo recentemente introdotto in casi particolari e dove è invece più diffuso lo strumento del c.d. ’interpello”, che si differenzia dal ruling poiché attiene a questioni “interpretative” di norme già esistenti e non ha contenuti “derogativi” alle stesse). Invero, il ricorso a tale strumento da parte di uno stato membro dovrebbe comunque allinearsi ai principi (sottoscritti) del TFUE, limitazioni date dagli effetti della distorsione della concorrenza e dal divieto di aiuti di stato compresi.

Semmai, occorre altresì distinguere il tema della concorrenza fiscale tra stati da quello della concorrenza tra operatori economici in ambito comunitario, poiché (come già chiarito in precedenza) non è in discussione la prima, cioè la sovranità fiscale di ciascun stato (nel caso dell’Irlanda l’aliquota di corporate tax rate del 12,5% attuale), ma la potenziale distorsione della seconda. Le stesse indicazioni dell’OCSE, infatti, affermano come – nel rispetto dell’arm’s length principle in virtù del quale il trattamento eventualmente riconosciuto ad una impresa (o ad un settore) non deve essere “selettivo” e le transazioni tra eventuali parti correlate (compresi i “riparti di costi e ricavi”, come nel caso di specie) devono rispondere a condizioni e termini che sarebbero applicati dalle stesse anche in assenza di qualsiasi collegamento funzionale – il ricorso ai ruling possa essere considerato accettato.

La (il)legittimità dei ruling nel caso di specie

La Commissione, fin dalla lettera del giugno 2014, sostiene che “[…] is of the opinion that the contested rulings do not comply with the arm’s length principle. Accordingly, the Commission is of the opinion that through those rulings the Irish authorities confer an advantage on Apple. That advantage is obtained every year and on-going, when the annual tax liability is agreed upon by the tax authorities in view of that ruling.” E, ancora “That advantage is also granted in a selective manner. While rulings that merely contain an interpretation of the relevant tax provisions without deviating from administrative practice do not give rise to a presumption of a selective advantage, rulings that deviate from that practice have the effect of lowering the tax burden of the undertakings concerned as compared to undertakings in a similar legal and factual situation. To the extent the Irish authorities have deviated from the arm’s length principle as regards Apple, the contested rulings should also be considered selective. […] Given that the rulings were concluded after the entry into force of the Treaty in your country, the measure constitutes new aid within the meaning of Article 1(c) of Council Regulation (EC) No 659/1999. However, any potential recovery would be prescribed for aid granted before 12 June 2003, in accordance with Article 15 of that regulation”,

Va detto, sul punto, che – in assenza di elementi diversi a difesa delle ragioni di Apple, non ancora resi noti – da quanto emerge dai documenti analizzati (e qui via via linkati) risulta difficile non concordare con le conclusioni della Commissione sull’irregolarità dei ruling, tanto sotto il profilo della selettività (il metodo di ripartizione dei ricavi e dei costi all’interno della struttura utilizzata “non” si presta a “replicabilità” automatica) quanto sotto il profilo della “congruità” delle imputazioni contabili (fra branch irlandese e sede centrale, aggravata dalla “fittizietà” di quest’ultima).

Chi deve pagare (e perché) e a chi

Dando per acquisiti gli elementi e i ragionamenti fin qui espressi e ricordando come, in presenza di ricorsi da parte di Apple e dell’Irlanda, l’ultima parola spetterà alla Corte di Giustizia, restano sul tappeto ancora alcune questioni che hanno generato discussioni fra i non addetti ai lavori (ma che, invero, sono semplici da dirimere conoscendone gli aspetti tecnici). Queste questioni consistono nel periodo temporale di riferimento, nel soggetto tenuto a pagare e nel soggetto che ha il diritto ad incassare.

Il riferimento temporale è sancito dal TFUE stesso, e trova un limite nei dieci anni antecedenti alla prima richiesta di informazioni. Essendo questa del 2013, il riferimento temporale sarà 2003-2014 (poiché dal 2015 Apple, come già rilevato, ha modificato la sua struttura fiscale).

Il soggetto tenuto a pagare è, ai fini della normativa in esame e in linea con tutti i precedenti (per esempio), l’impresa che ha beneficiato degli aiuti irregolari (in questo caso costituiti da minori imposte per vari anni, che hanno aumentato la disponibilità finanziaria destinabile ad investimenti da parte di Apple), quindi nel caso di specie, Apple. Ciò è anche di logica linearità stante che, non trattandosi di una “multa”, ma di una “restituzione” di un indebito vantaggio, questo si è generato gravando sui contribuenti dello stato che non ha incassato le imposte altrimenti dovute e, qualora si imputasse a quest’ultimo il pagamento, i suoi cittadini (taxpayers) si vedrebbero gravare di un doppio danno (il vantaggio concesso all’impresa e la restituzione con le proprie tasche).

Infine, chi incasserà le somme contestate. Non l’UE, che non è parte in causa sotto il profilo sostanziale, ma lo stato che ha concesso il ruling irregolare, nel caso di specie l’Irlanda. Ciò deriva come ovvia conseguenza dal perché a pagare è tenuta l’impresa beneficiaria e in capo allo stato concedente vige l’obbligo di adempiere all’escussione delle somme. Questo anche perché il beneficiario ultimo di quelle somme non necessariamente sarà solo quest’ultimo. Infatti, per effetto di ciò che emergerà dalla decisione della Commissione, dagli atti che verranno presentati in processo e dalla sentenza della Corte di Giustizia, ben potrebbero scaturire (soprattutto nel caso in esame, stante la logica distributiva dei prodotti utilizzata e prima descritta) pretese fiscali da parte di altri stati membri per la loro quota parte eventualmente spettante ove si rilevassero violazioni alle singole normative interne (c.d. “effetto domino” derivante dall’irregolarità a monte). In tale evenienza (tutta da verificare nella sua concretizzabilità) l’ammontare stabilito del risarcimento spettante all’Irlanda verrà ridotto in tutto o in parte da quanto eventualmente rivendicato da altri paesi membri.

Quindi, come finirà (per quel che si può prevedere ora)?

Difficile, nonostante tutto, dirlo. Intanto perché non sono disponibili (per ora) “tutti” i documenti necessari e (soprattutto) la cristallizzazione delle linee difensive dei soggetti ricorrenti. Poi perché la Commissione, nel suo operato, non ha illustrato (ad ora) il criterio oggettivo della determinazione della cifra dei 13 miliardi di Euro, così che risulta oggi impossibile pronunciarsi su questo punto. Presumibilmente, sarà proprio questo uno dei temi su cui verteranno le tesi difensive, cercando di ridurre la base imponibile per ottenere la riduzione delle imposte da restituire. Infine, perché le pressioni politiche (ed economiche) a vario livello (anche internazionale, da parte degli USA in particolare), stante la rilevanza eclatante della cifra e del soggetto debitore, si faranno sicuramente sentire ed è difficile prevederne gli esiti.

Resta fermo un fatto. La Commissione pare essersi mossa nel rispetto sia dei suoi poteri che nella ricostruzione della “selettività” dei ruling contestati. Ciò rilevato, chiunque abbia a cuore la “certezza del diritto” (proprio quella che invoca nella sua lettera Tim Cook) non può che augurarsi che si tenga fede al principio della tutela della concorrenza e dell’indisponibilità a concordare imposte “ad personam” lesive di quest’ultima. Le imposte “ad personam”, oltre a violare i presupposti del principio liberale di pari trattamento e di neutralità fiscale sui mercati, rischiano di essere foriere di nuove corruttele e di un ritorno ad impropri ed opachi vassallaggi.

Le imposte è senz’altro opportuno che siano il più possibile contenute (per più ragioni di efficienza economica), la sovranità fiscale dei singoli Stati non è qui assolutamente in discussione e la competizione fiscale (fra stati membri) nemmeno. Ma questi tre principi o scopi o metodi di governo vanno gestiti/perseguiti/implementati “a pari condizioni”, non “ad personam”, ed all’interno di un quadro di regole sovranazionali ben definito – com’è il TFUE o come sono i principi OCSE. La fiscalità può creare distorsioni della concorrenza sia quando è artificiosamente e selettivamente bassa, sia, invero, quando è palesemente elevata se, di nuovo, questo avviene solo per alcuni a favore di altri. In entrambi i casi occorre rimuovere la distorsione in capo al singolo (o ai singoli, nel caso di privilegio/danno d’un gruppo specifico) poiché danneggia la libera concorrenza. Meriterebbe rinnovata analisi anche il secondo caso, quello di elevata tassazione concentrata solo su certi soggetti economici costretti a concorrere con altri che a tale eccessiva tassazione non sono esposti. Un tema trascurato dai più e senz’altro, che io sappia, dalla Commissione.

Voglio infine sottolineare, in chiusura, che difendere e sostenere pratiche distorsive, siano esse il ricorso ai ruling irregolari o il ricorso a pratiche evasive (si, anche l’evasione genera, economicamente parlando, effetti sulla concorrenza), non risponde affatto a principi liberali.

MALTA leader area EURO per crescita del PIL

MALTA leader area EURO per crescita del PIL

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MALTA in Europa, con l’Euro, con nessuna svalutazione dei salari ma con una loro crescita continua che alimenta i consumi, debito in discesa e con i migliori parametri a livello mondiale….che ci sia qualcos’altro nello spiegare la capacità di un paese di competere e attrarre cervelli e capitali???

Maltaway ha delle risposte e delle azioni da intraprendere per la tua residenza a malta che tu sia un individuo, un professionista, un’impresa o una grande corporation

MALTA, a Passport of Convenience

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From IMF

“Are you a Global Citizen? Let us help you become one.” You may have seen such an advertisement in an in-flight magazine designed to lure some business class passengers, largely from less-developed economies, into acquiring a passport that can smooth their entry at the border of their next destination. A whole new industry of residence and citizenship planning has emerged over the past few years, catering to a small but rapidly growing number of wealthy individuals interested in acquiring the privileges of visa-free travel or the right to reside across much of the developed world, in exchange for a significant financial investment.

A growing phenomenon

The rapid growth of private wealth, especially in emerging market economies, has led to a significant increase in affluent people interested in greater global mobility and fewer travel obstacles posed by visa restrictions, which became increasingly burdensome after the terrorist attacks of September 11, 2001. This prompted a recent proliferation of so-called citizenship-by-investment or economic citizenship programs, which allow high-net-worth people from developing or emerging economy countries to legitimately acquire passports that facilitate international travel. In exchange, countries administering such programs receive a significant financial investment in their domestic economy. Also contributing to the rapid growth of such programs is the pursuit of political and economic safe havens, in a deteriorating geopolitical climate and amid increased security concerns. Other considerations include estate and tax planning.

Economic citizenship programs are administered by a growing number of small states in the Caribbean and Europe. Their primary appeal is that they confer citizenship with minimal to no residency requirements. Dominica, St. Kitts and Nevis, and several Pacific island nations have had such programs for years: the St. Kitts and Nevis program dates back to 1984. More recently, a number of new programs have been introduced or revived, including by Antigua and Barbuda, Grenada, and Malta, with St. Lucia the most recent addition to the list. While some of these programs have been in place for years, they have only recently seen a substantial increase in applicants, with a corresponding surge in capital inflows.

The price of citizenship

Similarly, economic residency programs were recently launched across a wide range of (generally much larger) European countries, including Bulgaria, France, Hungary, Ireland, the Netherlands, Portugal, and Spain. Almost half of EU member states now have a dedicated immigrant investor route. Also known as golden visa programs, these arrangements give investors residency rights—and access to all 26 Schengen Area countries, which have agreed to allow free movement of their citizens across their respective borders—while imposing minimal residency requirements (see table). Although these programs differ in that one confers permanent citizenship while the other provides just a residency permit, they both allow access to a large number of countries with minimal residency requirements, in return for a substantial investment in their economies (see Chart 1).

Chart 1. Pick a country, any country

In contrast, some advanced economies, such as Canada, the United Kingdom, and the United States, have had immigrant investor programs since the late 1980s or early 1990s, offering a route to citizenship in exchange for specific investment conditions, with significant residency requirements. In 2014, Canada eliminated its federal immigrant investor program, but the provinces of Quebec and Prince Edward Island continue to run a similar scheme that leads to Canadian citizenship. And the United Kingdom and the United States continue to run and expand their programs.

The cost and design of the programs vary across countries, but most involve an up-front investment, in the public or the private sector, combined with significant application fees and an amount to cover due diligence costs. The programs in the Caribbean allow for either a large nonrefundable contribution to the treasury or to a national development fund, which finances strategic investment in the domestic economy, or an investment in real estate (which can be resold after a specified holding period). Other programs provide the option to invest in a redeemable financial instrument, such as government securities. In Malta, the program requires contributions in all three investment routes.

Economics of citizenship

The inflows of funds to countries from these programs can be substantial, with far-reaching macroeconomic implications for nearly every sector, particularly for small countries (see Chart 2). Inflows to the public sector alone in St. Kitts and Nevis, which has the most readily available data, had grown to nearly 25 percent of GDP as of 2013. Antigua and Barbuda and Dominica have also experienced significant inflows. In Portugal, inflows under the country’s golden visa program may account for as much as 13 percent of estimated gross foreign direct investment inflows for 2014; in Malta, total expected contributions to the general government (including the National Development and Social Fund) from all potential applicants—which are capped at 1,800—could reach the equivalent of 40 percent of 2014 tax revenues when all allocated passports are issued.

Chart 2. A big boost

The macroeconomic impact of economic citizenship programs depends on the design of the program, as well as the magnitude of the inflows and their management. The foremost impact is on the real sector, where inflows can bolster economic momentum. Programs with popular real estate options generate an inflow similar to that of foreign direct investment, boosting employment and growth. In St. Kitts and Nevis, inflows into the real estate sector are fueling a construction boom, which has pulled the economy out of a four-year recession—to a growth rate of 6 percent in 2013 and 2014, one of the highest in the Western Hemisphere. The rapid increase in golden visa residency permits in Portugal, which has issued more than 2,500 visas since the program’s inception in October 2012, has reportedly bolstered the property market, leading to a steep rise in the price of luxury real estate.

However, a large and too rapid influx of investment in the real estate sector could lead to rising wages and ballooning asset prices, with negative repercussions on the rest of the economy. And the rapid expansion in construction could erode the quality of new properties and eventually undermine the tourism sector, since most of the developments include (or are repurposed for) tourist accommodations.

Moreover, inflows under these programs are volatile and particularly vulnerable to sudden stops, exacerbating small countries’ macroeconomic vulnerabilities. A change in the visa policy of an advanced economy could suddenly diminish the appeal of these programs. It’s conceivable that advanced economies could act together to suspend their operations, triggering a sudden stop. Increasing competition from similar programs in other countries or a decline in demand from source countries could also rapidly reduce the number of applicants.

If they are saved rather than spent, inflows from these programs can substantially improve countries’ fiscal performance. In St. Kitts and Nevis, budgetary revenues from the program boosted the overall fiscal balance to more than 12 percent of GDP in 2013, one of the highest in the world. But these inflows can also present significant fiscal management challenges, similar to those caused by windfall revenues from natural resources (see “Sharing the Wealth” in the December 2014 F&D). Such revenues can lead to pressure for increased government spending, including higher public sector wages, even though the underlying revenues may be volatile and difficult to forecast. The resulting increase in dependence on these revenues could lead to sharp fiscal adjustments or an acute increase in debt, if or when the inflows diminish.

A country’s external accounts are also significantly affected by large program inflows. The budgetary revenues can improve the country’s current account deficit, and substantially so if they are saved, and the capital account can be strengthened by transfers to development funds and higher foreign direct investment. But increased domestic spending as a result of higher government expenditures and investment will substantially boost imports, particularly in small open economies, offsetting some of the initial improvement in the balance of payments. Risks to the exchange rate and foreign currency reserves are also magnified as these inflows become a major source of external financing. In addition, rising inflation from economic overheating can cause the real exchange rate to appreciate, lowering the country’s external competitiveness over the long run.

Large program inflows can also boost bank liquidity, especially if the bulk of the budgetary receipts are saved in the banking system. At the same time, they can threaten financial stability in small states. While some increase in liquidity may be welcome, large accumulation of program-related deposits presents new financial risks, reflecting small banking systems’ limited and undiversified options for credit expansion. Risks to financial stability may be magnified if banks face excessive exposure to construction and real estate sectors already propped up by investments from the economic citizenship program. In that case, a sharp decline in program inflows could prompt a correction in real estate prices, with negative implications for banks’ assets, particularly if supervision is weak.

Another challenge is the risk to governance and sustainability. Cross-border security risks associated with the acquisition of a second passport are likely to be the main concern of advanced economies. Reputational risks are also magnified: weak governance in one country could easily spill over to others, since advanced economies are less likely to differentiate between citizenship programs. In addition, poor or opaque administration of programs and their associated inflows—including inadequate disclosure of the number of passports issued, revenues collected, and mechanism governing the use of generated inflows—could prompt strong public and political resistance, complicating, or even terminating, these programs. Programs have indeed been shut down in the past as a result both of security concerns and domestic governance issues.

Weeding out the risks

Country officials can implement policies to reduce and contain the risks small economies face from large economic citizenship program inflows while allowing their economies to capitalize on the possible benefits.

Prudent management of government spending has an important role in containing the impact of these inflows on the real economy, but it should be accompanied by sufficient oversight and regulations to pace inflows, particularly to the private sector. For example, annual caps on the number of applications or the size of investments would limit the influx of investments to a country’s construction sector. A regulatory framework for the real estate market would reduce risk and limit potentially damaging effects of price distortions and segmentation in the domestic property market as a result of investment minimums imposed by these programs.

Changing key parameters of the program can also be an effective way to redirect investments to the public sector, allowing countries to save the resources for future use and to invest in infrastructure.

Saving is a virtue

Large fiscal revenue windfalls tend to trigger unsustainable expansions in expenditure that leave the economy exposed if the revenue stream dries up. Given the potentially volatile nature of these inflows, program countries—and small economies in particular—need to build buffers by saving the inflows and reducing public debt where it is already high. Prudent management of citizenship inflows would allow for a sustainable increase in public investment and accommodate what economists call countercyclical spending—spending when times are bad—and relief measures in the face of natural disasters. As in resource-rich economies, managing large and persistent inflows is best undertaken via a sovereign wealth fund. This would help deal with fluctuations in program revenues and stabilize the impact on the economy, possibly also providing scope for intergenerational transfers.

In any case, all fiscal revenue from economic citizenship programs, whether application fees or contributions to development funds, should be channeled through the country’s budget to allow for proper assessment of the fiscal policy stance and avoid complications in fiscal policy implementation. In particular, development funds financed by economic citizenship programs should have their role properly defined and their operations and investments fully integrated in the budget.

Effective management of inflows, combined with prudent fiscal administration, will also reduce risk to the external sector, by containing the expansion of imports, limiting the rise in wages and the real exchange rate, and accumulating international reserves—to serve as a buffer in case of a sharp slowdown in program receipts. Strengthening banking sector oversight is also needed to moderate risks arising from the rapid influx of resources to the financial system. Caps on credit growth, restrictions on foreign currency loans, or simply tighter capital requirements may be needed to dampen the procyclical flow of credit.

Managing a reputation

Preserving the credibility of the economic citizenship program is perhaps the most critical challenge. A rigorous due diligence process for citizenship applications is essential to preclude potentially serious integrity and security risks. And a comprehensive framework is needed to curtail the use of investment options as routes for money laundering and financing criminal activity. Such safeguards are integral to the success of economic citizenship programs. A high level of transparency regarding economic citizenship program applicants will further enhance the program’s reputation and sustainability. This could include a publicly available list of newly naturalized citizens. Complying with international guidelines on the transparency and exchange of tax information would reduce the incidence of program misuse for purposes of tax evasion or other illicit activities and minimize the risk of adverse international pressure. Countries with similar programs should also collaborate among themselves and with concerned partner countries to improve oversight and ensure that suspicious applicants are identified.

Moreover, to help garner necessary public support for these programs, the economic benefits should accrue to the nation as a whole. They should be viewed as a national resource that may not be renewable if the nation’s good name is tarnished by mismanagement. A clear and transparent framework for the management of resources is necessary, including a well-defined accountability framework with oversight and periodic financial audits. Information on the number of people granted citizenship and the amount of revenue earned—including its use and the amount saved, spent, and invested—should be publicly available.

The ever-surprising effects of globalization have given rise to a new dynamic whereby passports can carry a price tag. Economic citizenship programs facilitate travel for citizens of emerging and developing economy countries in the face of growing travel restrictions and are an unconventional way for some countries, particularly small states, to increase revenue, attract foreign investment, and bolster growth. Keeping these programs from being shut down calls for efforts to ensure their integrity, and the security and financial transparency concerns of advanced economies must be duly addressed. Small states offering these programs must develop macroeconomic frameworks to deal with the potential volatility and inflationary impact of the inflows, by saving the bulk of them for priority investment in the future and by pacing and regulating their flow into the private sector. ■

Judith Gold is a Deputy Division Chief and Ahmed El-Ashram is an Economist, both in the IMF’s Western Hemisphere Department.

This article is based on a 2015 IMF Working Paper, “Too Much of a Good Thing? Prudent Management of Inflows under Economic Citizenship Programs,” by Xin Xu, Ahmed El-Ashram, and Judith Gold.

EU and Monaco sign new tax transparency agreement

EU and Monaco sign new tax transparency agreement

Brussels, 12 July 2016

MALTA, the best jurisdiction in EU for Cost, Tax, Transparency, Compliance

MALTA, la migliore giurisdizione per Costi, Tasse, Trasparenza, Compliance

and business & life quality

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Today the EU and Monaco signed a new tax transparency agreement, under which they will automatically exchange information on the financial accounts of each other’s residents from 2018.

This will ensure that both sides are better equipped to detect and pursue tax evaders, who will nolonger be able to hide income and assets in financial institutions abroad.

Pierre Moscovici, Commissioner for Economic and Financial Affairs, Taxation and Customs, said: “Today’s agreement reinforces Monaco’s commitment to international tax transparency standards. The EU and Monaco have today sent a joint clear signal: we are allies when it comes to tax transparency and allies in the fight against international tax avoidance and tax evasion.”

Under the new agreement, Member States will receive the names, addresses, tax identification numbers and dates of birth of their residents with accounts in the Principality, as well as other financial and account balance information. This is fully in line with the new OECD/G20 global standard for the automatic exchange of information.

Today’s agreement marks the latest in a series of international landmark deals the EU has signed with Switzerland, Liechtenstein, San Marinoand Andorra.

For more information, see:http://ec.europa.eu/taxation_customs/taxation/personal_tax/savings_tax/revised_directive/intl_developments_en.htm

http://europa.eu/rapid/press-release_IP-16-2456_en.htm

Per la tua nuova residenza vieni a Malta e stai lontano da questi paesi

Che tu sia un pensionato, un imprenditore, un investitore o un professionista, stai alla larga da questi paesi, non solo dall’Italia…se decidi di prendere la residenza in una giurisdizione migliore, evita di diventare azionista di un paese indebitato e di mettere sulle tue spalle parte di questo debito come già stai sperimentando nel belpaese, vieni a Malta con www.maltaway.com dati macro ormai prossimi a un deficit all’1% e a un debito del 60%

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http://www.maltaway.com/commissione-europea-malta-deficit-a-11-e-debito-sotto-il-60/The 17 countries with the highest level of government debt

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One of the most interesting and important rankings is actually the level of government debt.

By looking at level of gross government debt as a percentage of GDP, it can indicate how able a country is to pay back debts without incurring further debt.

Basically the lower the debt-to-GDP ratio the better.

Take a look to see who made the top 17 and who beat Greece for the top spot.

17. Iceland – 90.2%. Prior to the credit crisis in 2007, government debt was a modest 27% of GDP. At the time of WEF’s rankings, its debt was still super high.

17. Iceland – 90.2%. Prior to the credit crisis in 2007, government debt was a modest 27% of GDP. At the time of WEF's rankings, its debt was still super high.

Flickr/Jonathan Percy

16. Barbados – 92.0%. The tax-haven nation is the wealthiest and most developed country in the eastern Caribbean, but its growth prospects look weak due to austerity measures to combat the effects of the credit crisis eight years ago.

16. Barbados – 92.0%. The tax-haven nation is the wealthiest and most developed country in the eastern Caribbean, but its growth prospects look weak due to austerity measures to combat the effects of the credit crisis eight years ago.

Reuters

Kierre Beckles of Barbados reacts after competing in the women’s 100 metres hurdles heats during the 15th IAAF World Championships.

15. France – 93.9%. The eurozone’s second-biggest economy has been recovering “in fits and starts,” says the country’s statistical agency.

15. France – 93.9%. The eurozone's second-biggest economy has been recovering "in fits and starts," says the country's statistical agency.

Julian Finney/Getty Images

French fans soak up the atmosphere ahead of the UEFA EURO 2012 group D match between France and England at Donbass Arena on June 11, 2012, in Donetsk, Ukraine.

14. Spain – 93.9%. S&P is confident that Spain’s buoyant growth prospects and labour-market reforms will boost its outlook.

14. Spain – 93.9%. S&P is confident that Spain's buoyant growth prospects and labour-market reforms will boost its outlook.

Reuters

Lidia Valentin of Spain competes in the women’s 75kg weightlifting competition during the World Weightlifting Championships.

13. Cape Verde – 95.0%. The island nation is a service-orientated economy and suffers from a poor natural-resource base. This means it has to import 82% of its food, leading to vulnerability to market fluctuations.

13. Cape Verde – 95.0%. The island nation is a service-orientated economy and suffers from a poor natural-resource base. This means it has to import 82% of its food, leading to vulnerability to market fluctuations.

Reuters

Cape Verde’s Prime Minister Jose Maria Neves speaks during a news conference.

12. Belgium – 99.8%. The country is known as “the sick man of Europe,” because while the government managed to reduce the budget deficit from a peak of 6% of GDP in 2009 to 3.2% — its debt is still incredibly high.

12. Belgium – 99.8%. The country is known as "the sick man of Europe," because while the government managed to reduce the budget deficit from a peak of 6% of GDP in 2009 to 3.2% — its debt is still incredibly high.

Reuters

Honda Moto3 rider Livio Loi of Belgium falls during the Japanese Grand Prix.

11. Singapore – 103.8%. It’s one of the wealthiest countries in the world but the island nation suffers from high debt. The government is now trying to find new ways to grow the economy and raise productivity.

11. Singapore – 103.8%. It's one of the wealthiest countries in the world but the island nation suffers from high debt. The government is now trying to find new ways to grow the economy and raise productivity.

Getty

Yang Wang of China shows his dejection just before the finish line.

10. United States – 104.5%. The US hiked interest rates for the first time in seven years in December last year. In March, Federal Reserve Chair Janet Yellen said the economy was on a path of slow and steady growth.

10. United States – 104.5%. The US hiked interest rates for the first time in seven years in December last year. In March, Federal Reserve Chair Janet Yellen said the economy was on a path of slow and steady growth.

REUTERS/Kevin Lamarque

9. Bhutan – 110.7%. The small Asian economy is closely linked to India and depends heavily on it for financial assistance and foreign labourers for infrastructure.

9. Bhutan – 110.7%. The small Asian economy is closely linked to India and depends heavily on it for financial assistance and foreign labourers for infrastructure.

Reuters

King Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, left, kisses Queen Jetsun Pema in front of thousands of residents gathered for the third day of their wedding ceremony at the Changlimithang stadium in Bhutan’s capital, Thimphu, on October 15, 2011.

8. Cyprus – 112.0%. The country’s excessive exposure to Greece hit it hard when the European sovereign-debt crisis rippled across the world in 2010. Like Greece, it had to be bailed out by international creditors and enforce capital controls and austerity measures to get funding.

8. Cyprus – 112.0%. The country's excessive exposure to Greece hit it hard when the European sovereign-debt crisis rippled across the world in 2010. Like Greece, it had to be bailed out by international creditors and enforce capital controls and austerity measures to get funding.

AP Images

7. Ireland – 122.8%. The country exited its bailout programme two years ago but still faces a huge debt pile. But it’s on the right track. Ireland has already had success in refinancing a large amount of banking-related debt.

6. Portugal – 128.8%. Portugal exited its own bailout programme in the middle of 2014. However, GDP was still 7.8% lower than it was at the end of 2007.

6. Portugal – 128.8%. Portugal exited its own bailout programme in the middle of 2014. However, GDP was still 7.8% lower than it was at the end of 2007.

AP Photo/Armando Franca

Portuguese Prime Minister Pedro Passos Coelho, center, and Deputy Prime Minister Paulo Portas, right, wave during an election campaign march in Lisbon, Portugal, Friday, October 2, 2015.

5. Italy – 132.5%. The country’s proportion of debt to GDP is the second highest in the Eurozone.

5. Italy – 132.5%. The country's proportion of debt to GDP is the second highest in the Eurozone.

REUTERS/Max Rossi

4. Jamaica – 138.9%. The services industry accounts for 80% of GDP, but high crime, corruption, and large-scale unemployment drag the country’s growth down. The International Monetary Fund said Jamaica has to reform its tax system, among other things.

4. Jamaica – 138.9%. The services industry accounts for 80% of GDP, but high crime, corruption, and large-scale unemployment drag the country's growth down. The International Monetary Fund said Jamaica has to reform its tax system, among other things.

Reuters

People wait for the unveiling of a statue of late reggae legend Bob Marley in Kingston February 8, 2015.

3. Lebanon – 139.7%. The country used to be a tourist destination but war in Syria and domestic political turmoil have led to a lack of an official budget for months.

3. Lebanon – 139.7%. The country used to be a tourist destination but war in Syria and domestic political turmoil have led to a lack of an official budget for months.

REUTERS/Mohamed Azakir

Lebanese singer Mouin Shreif waves the Lebanese national flag during a protest against corruption and against the government’s failure to resolve a crisis over rubbish disposal, near the government palace in Beirut, Lebanon, August 23, 2015.

2. Greece – 173.8%. The country has taken over €320 billion worth of bailout cash and it’s looking increasingly impossible to pay it all back — especially since it has had to implement painful austerity measures to get its loans. But it’s surprisingly not the worse country in the world for government debt.

2. Greece – 173.8%. The country has taken over €320 billion worth of bailout cash and it's looking increasingly impossible to pay it all back — especially since it has had to implement painful austerity measures to get its loans. But it's surprisingly not the worse country in the world for government debt.

REUTERS/Cathal McNaughton

A woman smokes a cigarette in front of a postcard display in the village of Fira on the Greek island of Santorini, Greece, July 2, 2015.

1. Japan – 243.2%. The country is in a troubling spot. Its economy is growing very slowly and now the central bank has implemented negative interest rates.

1. Japan – 243.2%. The country is in a troubling spot. Its economy is growing very slowly and now the central bank has implemented negative interest rates.

Reuters

An amateur sumo wrestler holds a baby during a baby-crying contest at Sensoji temple in Tokyo, May 30, 2015.