Ombelico del mondo, dove agli expatriates piace vivere e lavorare

Ombelico del mondo, dove agli expatriates piace vivere e lavorare – iscritti AIRE

L’ Ombelico del mondo, questo il titolo ed il ritornello di un pezzo del 2000 di un cantautore italiano di gran successo, ma anche la visione che molti hanno rispetto al paese ed alla città dove sono nati e dove vivono da sempre.

Anche i poteri secolari hanno sostenuto per millenni che la terra fosse il centro del sistema solare, e accade ancora oggi dove troppi usano il marketing, la manipolazione, la narrazione per non vedere la realtà, anzi per modificare la percezione della realtà, sino a cambiare il pensiero delle persone.

La verità scientifica o la vera esperienza delle persone e degli individui conta sempre meno, avvolta da una nebbia offuscante e manipolatrice.

Pensate che l’ EMA (agenzia europea del farmaco), in procinto di trasferirsi da Londra Canary Wharf (a parte il clima, oggettivamente un gran bel posticino se non ci fosse la Brexit) in una nuova località europea, ha lanciato un’indagine tra i suoi 900 funzionari e le 5 città europee preferite sono risultate essere:

Amsterdam, Barcellona, Vienna, Milano, Copenhagen (il direttore dell’agenzia è Italiano)

Provate ora a confrontare queste percezioni e scelte con i risultati della nuova indagine di Internation/expat insider fatta su un campione di migliaia di Expatriates che nel mondo e in tutte queste città ci vivono e lavorano da tempo

Dovete purificare questa survey dalle città NON EU, da alcune variabili come quella di Malta che, essendo una sorta di città stato, non è presente nella classifica delle città ma al 7 posto di quella dei paesi.

Milano, l’ ombelico del mondo di molti Italiani è al 43 posto e Roma fuori classifica, mentre Dublino e Parigi sono tra i peggiori 50….. Amsterdam al 5 posto.

Ma allora, quanto conta l’esperienza vera e non mediata? Dare valore e condividere quella degli altri senza basarsi solo sulle proprie convinzioni, è il primo passo che mostra che siamo pronti a cambiare le nostre percezioni, influenzate dal guardare troppo il nostro ombelico, che non è sempre quello del mondo.

Ormai i giochi per l’ EMA sono fatti, voi intanto divertitevi a fare le vostre scelte, noi qualche esperienza, practice e consigli l’ abbiamo, che sia per individui, famiglie o corporations -AIRE

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The Best (and Worst) Cities for Expats in 2017

With an unexpected winner in first place and the famous “City of Lights” in the bottom 3, the Expat City Ranking 2017 offers some interesting insights into urban life abroad.
#1 Manama makes it easy for expats to get settled: an impressive 92% of respondents agree that living there without speaking Arabic is not hard.
#2 Prague shines in regard to work, making it into the top 10 for every subcategory of the Urban Work Life Index.
#3 Madrid may not be the place to go for your career but delights with excellent leisure options and great weather.
Expats in Lagos and Jeddah are unhappy with their work life and the local quality of living, while expats in Paris have a hard time getting settled.
Expat Destinations: The Top Cities in 2017

Expat Destinations: The Top Countries in 2017

 

The Big Mac index is back

Big currency devaluations are not boosting exports as much as they used to

In Malta the price for a Big Mac is $ 4.1, move to Malta to live, work and invest with MALTAway…number 1 in Europe

Economia di strada a Malta, Big Mac Index per capire il valore di una valuta, costo della vita e potere di acquisto

Per scoprire quanto costa un Big Mac a Malta, Leggi il nostro articolo per confrontare il costo della vita a Malta  con un raffronto tra Sliema e Milano e se vuoi venire a fare un viaggio a Malta, chiedi un preventivo con tariffe web e che sia il primo passo per trasferire la residenza, comprare una casa, vivere e lavorare a Malta

L’indice Big Mac (o Big Mac index in inglese) è uno strumento informale di comparazione del potere d’acquisto di una valuta. Questa misurazione assume come valida la teoria della parità dei poteri di acquisto.

L’assunto centrale della “parità dei poteri di acquisto” è che il tasso di cambio tra due valute dovrebbe tendere naturalmente ad aggiustarsi in modo che un paniere di beni abbia lo stesso costo in entrambe le valute. Nell’indice Big Mac, il “paniere” è composto da un singolo Big Mac, così come viene venduto dalla catena di fast food della McDonald’s. Il Big Mac è stato scelto perché è disponibile con le stesse specifiche in diverse nazioni del mondo, e i franchise McDonald’s locali hanno una notevole responsabilità nella negoziazione dei prezzi. Per questi motivi, l’indice permette una comparazione significativa tra le valute di molte nazioni.

Il rapporto della parità di potere d’acquisto del Big Mac tra due valute si ottiene dividendo il costo di un Big Mac in una nazione (nella sua valuta) per il costo di un Big Mac nell’altra nazione (nella sua valuta). Questo valore viene confrontato con il tasso di cambio attuale; se è più basso, allora la prima valuta è sottovalutata (secondo la teoria della parità del potere d’acquisto) rispetto alla seconda, mentre se è più alto, allora la prima valuta è sopravvalutata.

Ad esempio, supponiamo che un Big Mac costi 2,00 sterline nel Regno Unito e 2,50 dollari negli USA; quindi il tasso della parità di potere d’acquisto è 2,00/2,50 = 0,8. Se, il tasso di cambio ufficiale è 1 dollaro statunitense per 0,55 sterline inglesi, allora la sterlina è sopravvalutata rispetto al dollaro.

MIGHT “Made in Russia” labels become common? If currency depreciation alone could boost exports, then yes. According to our latest Big Mac index, the Russian rouble is one of the cheapest currencies around, 69% undervalued against the dollar. The index compares the cost of the famous burger at McDonalds outlets in different countries by converting local prices into dollars using market exchange rates (as of January 6th, see chart 1). It is based on the idea that in the long-run, exchange rates ought to adjust so that one dollar buys the same amount everywhere. If a burger looks like a bargain in one currency, that currency could be undervalued.

Americans hunting for cut-price burgers abroad are spoilt for choice: the index shows most currencies to be cheap relative to the greenback. This is partly owing to the Federal Reserve’s decision to raise interest rates when the central banks of the euro zone and Japan are loosening monetary policy. The euro is 19% undervalued against the dollar, according to the index, and the yen 37%. Another force weakening many currencies, including the rouble, has been the ongoing slump in commodity prices since mid-2014. Shrinking demand from China and a glut of supply have sapped the value of exports from Australia, Brazil and Canada, among other places, causing their currencies to wilt, too. By the index, they are respectively 24%, 32% and 16% undervalued. If commodity prices continue to fall, they could slide even further.

These large currency devaluations can hurt, by raising the price of imports and spurring inflation. But although devaluations may not be pleasant, they are meant to be nutritious. Pricier imports should encourage consumers to switch towards domestic products and stimulate local production. A cheaper currency should also boost growth by spurring exports.

Between 1980 and 2014, according to an analysis of 60 economies by the IMF, a 10% depreciation relative to the currencies of trading partners boosted net exports by 1.5% of GDP over the long term, on average. Most of the improvement came within the first year.

But devaluations do not seem to have provided quite the same boost recently. Japan is the best example. The yen has been depreciating rapidly. A Big Mac was 20% cheaper in Japan than in America in 2013; now it is 37% cheaper. Yet export volumes have barely budged (see chart 2). This is a surprise: the IMF calculates that Japanese exports are around 20% lower than it would have expected, given how the yen has weakened. Devaluations in other countries, including South Africa and Turkey, have also disappointed.

A global contraction of trade in dollar terms may be obscuring devaluation’s benefits. Although exports from countries with weakening currencies may look limp, many of them are still securing a bigger slice of the shrinking pie. The collapse in commodity prices is also masking some signs of life. Take Brazil, where the volume of exports rose by 10% in 2015 even as their value plunged by 22%. Some of that is caused by commodity exporters compensating for falling revenue by selling ever more minerals and oil. But not all of it. In Australia, for instance, exports of goods other than raw materials jumped by around 6% in mid-2015, according to the Commonwealth Bank of Australia.

But there are also signs that “Dutch disease” has taken a toll on the capacity of commodity-producing countries to ramp up other exports. When prices were high, capital flowed in, pushing up their currencies and thus making their other exports less competitive. Labour and investment flowed mainly to commodity firms. That has left other industries too weak to pick up the slack now that these once-soaring currencies have fallen back to earth.

Russia is a good example. Non-energy exporters appear to be struggling despite the rouble’s plunge. Over the first half of 2015, as the volume of energy exports surged, non-energy exports fell, according to Birgit Hansl of the World Bank. She points out that it is not enough to have a price change: “First you have to produce something that someone wants to buy.” The rouble’s weakness is an opportunity for industries that already export, such as chemicals and fertiliser. But boosting other exports requires investment in new production, which takes time.

Both the IMF and the World Bank have highlighted another possible explanation for the weak performance of exports in countries with falling currencies: the prevalence of global supply chains. Globalisation has turned lots of countries into way-stations in the manufacture of individual products. Components are imported, augmented and re-exported. This means that much of what a country gains through a devaluation in terms of the competitiveness of its exports, it loses through pricier imports. The IMF thinks this accounts for much of the sluggishness of Japan’s exports; the World Bank argues that it explains about 40% of the diminished impact of devaluations globally. That leaves many manufacturing economies in a pickle.

http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21685489-big-currency-devaluations-are-not-boosting-exports-much-they-used-after?cid1=cust/ednew/n/n/n/2016017n/owned/n/n/nwl/n/n/n/email

Quella cosa informe che ci ostiniamo a chiamare Milano. Letta questa profonda fotografia letteraria, quale futuro aspetta a un popolo, a una cultura, a un territorio?

Quella cosa informe che ci ostiniamo a chiamare Milano. Letta questa profonda fotografia letteraria, quale futuro aspetta a un popolo, a una cultura, a un territorio?

Quella cosa informe che ci ostiniamo a chiamare Milano

http://www.internazionale.it/opinione/giuseppe-genna/2014/11/21/quella-cosa-informe-che-ci-ostiniamo-a-chiamare-milano

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