FONDO PATRIMONIALE E TUTELA DEL PATRIMONIO ? UNA SOLUZIONE LA FONDAZIONE A MALTA

IL FONDO PATRIMONIALE E’ ANCORA UNO STRUMENTO DI TUTELA DEL PATRIMONIO?

LE RECENTI SENTENZE MOSTRANO L’INUTILITA’ DELL’ISTITUTO.

UNA ALTERNATIVA LA FONDAZIONE MALTESE

E’ ormai certo che il fondo patrimoniale e’ uno strumento inefficace e superato

 

L’istituto del fondo patrimoniale è regolato  dall’art. 167 del Codice Civile italiano e può essere costituito da uno o da entrambi i coniugi con atto pubblico, o da un terzo, anche per testamento ed e’ un vincolo di indisponibilita’ con cui uno dei due coniugi o entrambi(ma anche un terzo)  destinano determinati  beni immobili, mobili registrati nei pubblici registri o titoli di credito , al soddisfacimento dei bisogni della famiglia.

E’ un istituto nel passato ampiamento utilizzato per la  tutela del patrimonio sia mobiliare che immobiliare  intendendo tutta quella serie di strumenti giuridici perfettamente a norma di legge  che consentono di porre in essere in via preventiva una salvaguardia del proprio patrimonio come mezzo di pianificazione e gestione dello stesso.

Esistono infatti strumenti giuridici  per porre al riparo il patrimonio ovvero i beni di famiglia da azioni  da parte dei debitori che sia il fisco o terzi, per distinguere il patrimonio aziendale da quello personale, per pianificare successioni o donazioni ecc.

Dette azioni vanno pianificate e poste in essere  in via preventiva perché è inutile porre in essere questi strumenti quando sono già in corso le richieste dei terzi creditori alla ricerca di vie di fuga illecite che non producono risultati, anzi spesso si rivelano controproducenti.

L’istituto del fondo patrimoniale risulta uno strumento sempre piu’ debole e inutile per la tutela del patrimonio sia in conseguenza delle sentenze che nel tempo ne hanno limitato ampiamente la tutela sia in seguito a modifiche legislative.

I creditori  non possono porre azioni nei confronti dei beni costituiti in fondo patrimoniale, come ad esempio pignorare la casa,  se i debiti sono stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia mentre sono pignorabili se il debito e’ stato contratto da uno dei coniugi per soddisfare i bisogni primari della famiglia.

Nel 2015 una riforma del codice ha pero’ modificato la normativa consentendo sempre la pignorabilita’ del bene costituito in fondo , anche per i debiti contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia, quando  il creditore trascrive, nei pubblici registri, il suo pignoramento entro l’anno successivo alla costituzione del fondo stesso.

La tutela del fondo che prima era immediata ora viene postposta di 1 anno durante il quale i beni rimangono in ogni caso attaccabili da ogni creditore.

Non bisogna peraltro dimenticare che per i crediti sorti anteriormente alla costituzione ed annotazione del fondo patrimoniale nell’atto di matrimonio , i creditori possono impugnare l’annotazione ed esperire azione revocatoria entro 5 anni volta a provare che  il debitore ha costituito il fondo stesso con l’intenzione di porre in essere un atto in frode ai creditori. Se si ottiene pertanto sentenza di revoca del fondo il bene e’ liberamente aggredibile dal creditore.

La Corte di Cassazione con la Sentenza n. 11862 del  9/6/2015 ha accolto l’azione revocatoria avanzata da un creditore nei confronti dei coniugi che avevano costituito un  fondo patrimoniale in considerazione del fatto che nel fondo erano stati inseriti tutti i beni della coppia.

La Cassazione con altra sentenza  20376/2015 ha ritenuto revocabile il fondo costituito dai coniugi che sono esponenti e fideiussori di due societa’  in quanto ritenuto volto a proteggere i loro immobili dalle azioni esecutive della banca.  

La costituzione del fondo, benche’ anteriore alla revoca degli affidamenti da parte della banca, ma intervenuta dopo 15 anni di matrimonio e poco prima della dichiarazione di ammissione al concordato di una societa’,  è stato ritenuto un atto gratuito volto ad arrecare un pregiudizio ai creditori e per tale motivo e’ stato possibile esperire vittoriosamente l’azione revocatoria.

La giurisprudenza peraltro sta estendendo in maniera significativa il concetto di bisogni della famiglia facendo rientrare debiti fiscali , con fornitori , fideiussioni per azienda familiare , debiti per attivita’ professionale  rendendo pertanto pignorabili i beni costituiti in fondo da una folta schiera di creditori , anche successivamente al termine dei 5 anni quale termine ultimo per esperire l’azione  revocatoria.

Se in passato la casa costituita nel fondo poteva essere pignorata solo da una ristretta schiera di creditori per i debiti strettamente connessi ai   bisogni familiari oggi invece è aggredibile da un’ampio gruppo di  creditori per debiti collegabili all’attività lavorativa imprenditoriale o professionale di uno dei coniugi .

 

La lettura di queste sentenze pone alla luce tutti i dubbi ed i limiti connessi alla tutela patrimoniale offerta  dal  fondo patrimoniale.
E’ ormai certo che il fondo patrimoniale e’ uno strumento inefficace e superato.

Esistono altri strumenti perfettamente legali che consentono di  tutelare il patrimonio in maniera piu’ efficace.

La Fondazione maltese , ad esempio, è uno strumento legale ed efficace  di tutela patrimoniale che consente di tutelare e segregare i beni personali in un ente diverso e distinto dalla persona fisica che li utilizza.

La fondazione maltese, a differenza del Trust, e’ la diretta proprietaria dei beni ad essa conferiti o comunque acquisiti, che si sposteranno dal patrimonio del fondatore per entrare in quello di una distinta ed autonoma persona giuridica, dotata della sua ben precisa autonomia patrimoniale.

Una Fondazione Privata Maltese , che deve essere costituita per atto pubblico davanti a un Notaio tramite un versamento  iniziale di un minimo di € 1164,69,  è un contratto tra il Fondatore, (colui che è l’originario proprietario dei beni), e il Director (amministratore fiduciario) dei beni conferiti in Fondazione, cioè colui che amministrerà i beni.  Nel contratto sono inserite  precise clausole e istruzioni a cui il  Director dovrà attenersi scrupolosamente.

Una Fondazione può avere delle subcelle, ognuna con completa autonomia patrimoniale ed un proprio regime fiscale e distinti Beneficiari.

I beni, nel rispetto di alcune regole e del contratto, potranno anche essere venduti.

La fondazione fiscalmente sarà trattata come una società o un trust, a secondo dell’opzione esercitata, e pertanto beneficerà dei relativi vantaggi fiscali previsti dalla normativa maltese.

Per approfondire l’argomento potete contattare il Team Legale di Maltaway

Avv. Rossella Gianazza

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Italiani all’estero, il vademecum Agenzia delle Entrate

Italiani all’estero, il vademecum dell’Agenzia delle Entrate

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Per ogni categoria di reddito e profilo legale , controlla sempre i trattati sulla doppia imposizione tra il tuo paese di origine e quello in cui sei residente

NON tutti i paesi applicano il principio dell worldwide taxation come l’Italia

Sei soggetto allo stesso principio in molti paesi ove sei un RESIDENTE PERMANENTE, anche se sei un cittadino Italiano

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TASSE RESIDENTI NON DOM MALTA

Ecco una parte del Vademecum

LA “WORLD WIDE TAXATION”

Non sempre è agevole individuare immediatamente quale sia il sistema di tassazione applicabile per i redditi percepiti all’estero da cittadini italiani. Infatti, gli aspetti da considerare sono molteplici e le regole possono essere diverse a seconda delle singole situazioni personali, dell’esistenza o meno di una Convenzione contro le doppie imposizioni stipulata tra l’Italia e lo Stato estero nel quale viene prodotto il reddito, del periodo di permanenza all’estero, dell’iscrizione o meno all’Aire, eccetera. In linea generale, possiamo affermare che per stabilire dove un cittadino è tenuto a pagare le imposte sui redditi percepiti occorre considerare il concetto di “residenza fiscale”. In base al cosiddetto “principio della tassazione mondiale” (World Wide Taxation Principle), sul quale si fonda il sistema fiscale di molti Paesi europei e che è stato adottato anche dalla legislazione fiscale italiana, il cittadino che lavora all’estero, mantenendo la residenza italiana, ha comunque l’obbligo di pagare le imposte in Italia anche sui redditi prodotti all’estero, salvo che sia diversamente indicato da disposizioni contenute nelle Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni. Le eventuali imposte pagate a titolo definitivo nei Paesi in cui i redditi sono stati percepiti si possono comunque detrarre da quelle italiane, sotto forma di credito d’imposta, nei limiti stabiliti dall’articolo 165 del Tuir. Art. 165, comma 1: “Se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall’imposta netta dovuta fino alla concorrenza della quota d’imposta corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero ed il reddito complessivo al netto delle perdite di precedenti periodi d’imposta ammesse in diminuzione”. LA REGOLA GENERALE: tutti i cittadini italiani che lavorano all’estero e che non sono iscritti all’A.I.R.E. (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) sono fiscalmente residenti in Italia e devono ogni anno presentare la dichiarazione e pagare le imposte sui redditi ovunque prodotti. Nel caso si ometta di presentare la dichiarazione dei redditi o non si indichino in essa i redditi prodotti all’estero, non spetta la detrazione delle imposte pagate nello Stato estero (comma 8 dell’art. 165 del Tuir). 3 settembre 2017

LA RESIDENZA FISCALE E L’ISCRIZIONE ALL’A.I.R.E.

Come espressamente indicato nell’art. 2 del Tuir (Dpr 917/1986), per le imposte sui redditi si considerano fiscalmente residenti in Italia le persone che: • per la maggior parte del periodo d’imposta (cioè, per almeno 183 giorni all’anno) sono iscritte nelle Anagrafi comunali della popolazione residente in Italia • hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza • si sono trasferiti in uno dei Paesi a fiscalità privilegiata (salvo prova contraria).

L’ISCRIZIONE ALL’ANAGRAFE DEGLI ITALIANI RESIDENTI ALL’ESTERO L’A.I.R.E (“Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero”) contiene i dati dei cittadini che risiedono all’estero per un periodo di tempo superiore a 12 mesi o, per i quali, è stata accertata d’ufficio tale residenza. Il cittadino italiano che trasferisce la propria residenza da un comune italiano all’estero (anche se in un Paese dell’Unione Europea), entro 90 giorni dal trasferimento della residenza deve iscriversi all’AIRE presso l’Ufficio consolare competente per territorio. Con l’iscrizione all’AIRE, che è gratuita, si viene cancellati dall’Anagrafe della popolazione residente del Comune italiano di provenienza. L’iscrizione può anche avvenire d’ufficio, sulla base di informazioni di cui l’Ufficio consolare sia venuto a conoscenza. informazioni su procedura di iscrizione, aggiornamento dei dati e cancellazione sono consultabili sul sito del Ministero degli Affari Esteri (http://www.esteri.it/mae/it/italiani_nel_mondo/serviziconsolari/aire.html) o sul sito del Ministero dell’Interno: (http://servizidemografici.interno.it/it/Aire/Informazioni). L’AIRE è stata istituita con la legge 470/88 e regolamentata dal Dpr 323/89. Iscrivendosi all’AIRE si può usufruire di alcuni servizi forniti direttamente dal Consolato italiano all’estero. Per esempio, il rilascio di certificati anagrafici e di residenza, il rinnovo del passaporto, il rinnovo della patente di guida per chi risiede in paesi extraeuropei, eccetera. Inoltre, come è noto, chi è iscritto all’Aire può esercitare il diritto di voto per corrispondenza, tramite il Consolato competente. Di contro, l’iscrizione all’AIRE implica la perdita del diritto all’assistenza sanitaria di base in Italia (è garantita solo l’assistenza sanitaria urgente).

LE CONVENZIONI CONTRO LE DOPPIE IMPOSIZIONI

Per evitare che i propri cittadini subiscano una doppia imposizione, che si avrebbe in seguito al pagamento delle imposte sia nel Paese di produzione del reddito sia in quello di residenza, l’Italia ha stipulato con molti Paesi Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni e riconosce un credito d’imposta per le imposte pagate all’estero nel momento in cui si dichiarano i redditi in Italia con l’applicazione di una norma (articolo 165) contenuta nel Tuir. Le Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni sono degli accordi tra due Stati, attraverso i quali viene disciplinata la sovranità tributaria di entrambi, in base al principio della reciprocità. Oltre a evitare le doppie imposizioni sui redditi e sul patrimonio dei rispettivi residenti, le Convenzioni hanno anche lo scopo di prevenire l’evasione e l’elusione fiscale. Generalmente, le Convenzioni non prevedono che sia un unico Stato, tra i due contraenti, ad assoggettare a tassazione un determinato tipo di reddito (tassazione esclusiva). Per questo motivo, è necessario dichiarare in Italia anche i redditi conseguiti all’estero. La doppia imposizione viene comunque eliminata mediante l’applicazione dell’articolo 165 del Tuir, secondo il quale le imposte pagate all’estero a titolo definitivo sono ammesse in detrazione dall’imposta netta fino a concorrenza della quota di imposta italiana. sul sito del Dipartimento delle Finanze, nella sezione della fiscalità comunitaria e internazionale, sono pubblicate e periodicamente aggiornate tutte le convenzioni stipulate dall’Italia

http://www.finanze.gov.it/opencms/it/fiscalita-comunitaria-einternazionale/convenzioni-e-accordi/convenzioni-per-evitare-le-doppie-imposizioni/

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/file/Nsilib/Nsi/Agenzia/Agenzia+comunica/Prodotti+editoriali/Guide+Fiscali/Agenzia+informa/pdf+guide+agenzia+informa+tre/Guida_Italiani_all%27estero.pdf

 

TASSAZIONE A MALTA PER RESIDENTI NON DOM

TASSAZIONE A MALTA PER RESIDENTI NON DOM

Un chiarimento utile da parte dell’ Avv. Rossella Gianazza, abilitato in Italia e a Malta, partner di MALTAway

I principali sistemi di tassazione mondiali sono due : quello della world wide taxation e quello di territorialita’.

Il sistema tributario della “worldwide taxation ” , si basa sulla tassazione su base mondiale secondo cui si assoggettano a tassazione i redditi ovunque prodotti nel mondo da parte di una persona fisica residente e non solo quelli prodotti nel territorio dello Stato.

E’ soggetto a questo regime tributario ad esempio la persona fisica cittadino italiano residente in Italia che deve quindi pagare le tasse all’erario italiano sulla base di tutti i redditi prodotti in Italia o nel mondo.

Diverso e’ il sistema di tassazione su base “territoriale” che si applica ai soggetti non domiciliati che sono tenuti a pagare le tasse nel paese di residenza solo sui redditi ivi prodotti .

E’ soggetto a questo regime tributario ad esempio la persona fisica cittadino italiano che ha trasferito la residenza a Malta che viene considerato non domiciliato.

Bisogna fare chiarezza sul concetto di domicilio di derivazione anglosassone e non confonderlo con il domicilio anagrafico previsto dal Codice Civile Italiano inteso come il luogo in cui la persona ‘’ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi’’. (art 43 C.C.)

Un cittadino italiano che sceglie di trasferire la propria residenza all’estero per non essere assoggettato a tassazione in Italia dovra’ pertanto rispettare alcuni criteri base sia formali sia sostanziali ed i principali risultano essere:

  • vivere fuori dal territorio italiano piu’ 183 giorni
  • avere dimora abituale all’estero
  • iscriversi all’anagrafe residenti estero AIRE
  • avere il centro degli interessi professionali e personali all’estero

Pertanto un cittadino non maltese, che trasferisce la residenza a Malta, nel rispetto delle norme in materia, acquisisce lo status di residente non domiciliato detto anche NON DOM.

Come RESIDENTE NON DOM a Malta paghera’ le tasse:

  • sul reddito in qualsiasi forma prodotto a Malta e sul capital gain ivi prodotto
  • sui redditi da fonte estera solo se trasferiti a Malta

Come RESIDENTE NON DOM a Malta NON paghera’ le tasse:

  • sul ‘’clean capital’’ rimesso a Malta
  • sul ‘’capital gains’’ prodotto all’estero e parzialmente o totalmente trasferito a Malta.

 

Ecco la fonte normativa sull’INCOME TAX a Malta

CHAPTER 123 / INCOME TAX ACT / To impose a Tax upon Incomes./ Amended by: XVII. 1994.35

http://justiceservices.gov.mt/DownloadDocument.aspx?app=lom&itemid=8658&l=1

Per specifiche categorie di reddito e casi di doppie imposizioni, occorre fare riferimento ai numerosissimi trattati vigenti tra Malta e oltre 70 giurisdizioni

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In Italia invece ricambiano le regole riguardo ai prelievi dai propri conti correnti, in particolare per quel che riguarda i bancomat. Novità che fanno parte di quel pacchetto di decisioni da parte del Governo Renzi, con la normativa che in questo momento stabilisce che l’uso del contante è di fatto vietato a partire da una cifra che superi i 3000 euro.

E proprio in relazione all’utilizzo eccessivo dei contanti rientra anche l’emendamento approvato nel decreto fiscale che, di fatto, potrebbe cambiare e non poco i movimenti sui conti correnti. Con il nuovo decreto fiscale adesso le nuove regole fissano un limite ai prelievi giornalieri o nell’arco di 30 giorni: mille euro al giorno e 5mila mensili di fatto sono i nuovi limiti fissati. Ma cosa succede se si superano queste soglie?

Chi preleverà una somma che supera i mille euro in un giorno o i cinquemila in un mese rischia seriamente di entrare nel mirino del Fisco e dell’Agenzia delle Entrate. Le norme fiscali in merito, infatti, prevedono che scattino delle sanzioni nel momento in cui chi ha il conto corrente non riesce a giustificare le somme che vi sono depositate.

Le nuove regole riguardano la lotta al nero e all’evasione fiscale e prevedono che commercianti, imprenditori, ma anche risparmiatori effettuino i pagamenti utilizzando metodi rintracciabili, quindi assegni, carte di credito, bancomat o bonifici, limitando al massimo l’utilizzo di contanti. Nel caso di prelievi troppo frequenti e sostanziali, infatti, se i titolari del conto corrente non riusciranno a giustificare le somme depositate potranno essere pesantemente sanzionati, anche con la tassazione del reddito. Nel caso, dunque, di spese e prelievi è consigliabile conservare la relativa documentazione, cioè possibili fatture, scontrini o ricevute da usare per l’eventuale contestazione del Fisco.

https://it.finance.yahoo.com/notizie/bancomat-novita-in-arrivo-per-chi-preleva-122834256.html


Oltre 1000 o 5000 euro scatta la presunzione di compensi per i prelievi non giustificati.

Dal 16 Nov 2016, chi preleva dal conto corrente una somma superiore a mille euro in un giorno o a cinquemila euro in un mese potrebbe essere oggetto di indagini da parte dell’Agenzia delle entrate. Viene infatti fissato un limite numerico alle operazioni sul proprio conto oltre il quale scatterà automaticamente una presunzione di “nero” qualora il contribuente non riesca a dimostrare il contrario. È questo l’emendamento più allarmante appena approvato al decreto fiscale e che rischia di costituire un vero e proprio spauracchio per contribuenti e risparmiatori. Difatti, benché la normativa sulla tracciabilità dei pagamenti stabilisce che l’uso dei contanti è vietato solo a partire da 3.000 euro, e nonostante i chiarimenti ministeriali secondo cui tale limite non si applica a prelievi e versamenti sul conto corrente (per i quali non vi è alcun tetto), la nuova norma vorrebbe imporre ai correntisti un vincolo particolarmente forte, almeno per quanto riguarda gli imprenditori. Ma procediamo con ordine.

Soldi sul conto corrente: cosa ne puoi fare?

Se è vero che nel conto corrente ci sono soldi tuoi e, in linea teorica, dovresti essere libero di farne quello che vuoi, ivi compreso prelevarli nella misura e nei tempi che preferisci, di fatto non è così: salvo per i professionisti (per i quali sussiste una sentenza della Corte Costituzionale che li salva da questo regime [1]), tutte le volte in cui le cause del prelievo o del versamento in banca non possono essere dimostrate al fisco, quest’ultimo (o meglio, l’Agenzia delle Entrate) può presumere che, dietro l’operazione, si nasconda un’attività in nero. Scatta quindi il recupero a tassazione di quel reddito. Insomma una vera e propria sanzione per chi non sa dire da dove provengono o dove finiscono i suoi soldi sul conto corrente. Un principio che la legge stabilisce, in modo netto e chiaro per gli imprenditori, ma che spesso è stato applicato anche ai lavoratori dipendenti. La possibilità di effettuare un accertamento fiscale per prelievi o versamenti consistenti di denaro sul conto non ha salvato, infatti, in passato, neanche il lavoratore con reddito fisso, come il normale lavoratore dipendente (di norma ritenuto sempre al riparo dai sospetti dell’Agenzia delle Entrate). La giurisprudenza, infatti, ammette – sebbene non in via sistematica, ma solo laddove le evidenze di una possibile evasione fiscale siano conclamate – gli accertamenti bancari anche sui risparmiatori. Sicché è sempre bene, anche in tali ipotesi, conservare traccia dell’impiego del denaro contante a seguito di prelievo o versamento.

Si tratta, ovviamente, solo di una «presunzione» contraria al contribuente, che opera per di più in automatico, ma che consente sempre la prova contraria. Una prova, tuttavia, non sempre facile da raggiungere atteso che, spesso, dopo molto tempo, si perde traccia e memoria delle ragioni dei propri spostamenti monetari. Ecco allora che, oltre a una corretta causale, è sempre meglio conservare un archivio con le pezze giustificative dell’impiego di consistenti somme di denaro.

La nuova norma

La nuova norma vuole imporre un limite numerico per le presunzioni sui prelievi degli imprenditori e imprese: la possibilità che il prelievo divenga ricavo sussisterà al superamento di limiti giornalieri e mensili fissati, rispettivamente, a mille e 5 mila euro. Viene così integralmente riscritta la norma [2] in base alla quale i prelievi possono costituire “compensi”. Il legislatore interviene affermando come la norma in questione potrà operare al ricorrere di un requisito «numerico»: la presunzione contraria al contribuente, per i prelievi non giustificati, scatterà solo se viene superato il limite giornaliero di mille euro e, comunque, quello di 5 mila euro mensili. Entro invece tale limite siamo dinanzi a una sorta di «franchigia» entro la quale il problema non dovrebbe sussistere. Al contrario, superate le predette soglie la norma potrebbe essere azionata ma, si ritiene, soltanto per l’eccedenza rispetto alle stesse.

La presunzione legale continuerà, quindi, ad operare soltanto per le somme che superano tali importi, in relazione alle quali si ritiene resti possibile fornire la prova contraria dimostrando «la loro coerenza con il tenore di vita rapportato al volume d’affari dichiarato».

 

[1] C. Cost. sent. n. 228/2014.

[2] Art. 32, comma 1, n. 2) del dpr 600/73.

Paradisi Fiscali: nuovo modello Europeo a punti paesi blacklist

Paradisi Fiscali: nuovo modello Europeo a punti paesi blacklist

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Tassazione equa: la Commissione avvia i lavori per compilare un primo elenco comune UE delle giurisdizioni fiscali non collaborative

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Bruxelles, 15 septembre 2016

La Commissione europea procede speditamente con i lavori di elaborazione di un primo elenco UE delle giurisdizioni fiscali non cooperative; è stata infatti presentata una valutazione preliminare (“quadro di valutazione degli indicatori”) di tutti i paesi terzi realizzata sulla base di una serie di indicatori chiave.

Spetta ora agli Stati membri dell’UE scegliere quali paesi dovrebbero essere sottoposti a un esame più approfondito nei prossimi mesi per individuare con precisione quelli che non rispettano le norme in materia di fiscalità.

Nel gennaio 2016, nell’ambito del più ampio obiettivo di contrastare l’evasione e l’elusione fiscali, la Commissione ha avviato un processo in tre fasi per compilare l’elenco comune dell’UE. Un elenco comune dell’UE delle giurisdizioni non cooperative avrà un peso molto maggiore rispetto all’attuale mosaico di elenchi nazionali nel trattare con i paesi terzi che rifiutano di conformarsi alle norme internazionali di buona governance in materia fiscale. Un elenco dell’UE impedirà inoltre una pianificazione fiscale aggressiva che abusi delle asimmetrie tra i diversi sistemi nazionali.

L’elenco definitivo delle giurisdizioni non cooperative dovrebbe essere pubblicato entro la fine del 2017. Gli Stati membri hanno già espresso il loro sostegno a questo approccio, che gode anche del fermo sostegno del Parlamento europeo.

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Pierre Moscovici, Commissario per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, ha dichiarato: “L’UE prende sul serio i propri impegni di buona governance a livello internazionale. È ragionevole aspettarsi che i nostri partner internazionali facciano lo stesso. Vogliamo avere un dibattito leale e aperto con i nostri partner su questioni fiscali che ci riguardano tutti a livello globale. L’elenco dell’UE sarà il nostro strumento per trattare con i paesi terzi che rifiutano di adeguarsi alle norme.

Come è stato concepito il quadro di valutazione

Obiettivo del quadro di valutazione della Commissione è aiutare gli Stati membri a decidere con quali paesi l’UE dovrebbe avviare un dialogo sulle questioni di buona governance fiscale. È stato elaborato per avviare i lavori e contribuire ad orientare le scelte degli Stati membri nel decidere quali paesi sottoporre ad esame.

Tutti i paesi terzi e le giurisdizioni fiscali del mondo sono stati esaminati per determinare il rischio che essi presentano di favorire l’elusione fiscale. Tale valutazione preliminare si è basata su un’ampia gamma di indicatori oggettivi e neutri, tra cui dati economici, attività finanziaria, strutture giuridiche e istituzionali e norme basilari in materia di buona governance fiscale.

Come primo passo, il quadro di valutazione presenta dati fattuali su ogni paese rispetto a tre indicatori neutri: legami economici con l’UE, attività finanziaria e fattori di stabilità. Le giurisdizioni che occupano posizioni di rilevo in queste tre categorie sono quindi esaminate rispetto ad altri indicatori di rischio, come il livello di trasparenza o il ricorso potenziale a regimi fiscali preferenziali.

La valutazione preliminare non rappresenta alcun giudizio nei confronti dei paesi terzi, né costituisce un elenco preliminare dell’UE. I paesi possono occupare posizioni di rilevo rispetto agli indicatori del quadro di valutazione per vari motivi, anche quando non costituiscono una minaccia per le basi imponibili degli Stati membri. L’intento è quello di aiutare gli Stati membri a selezionare i paesi che intendono sottoporre a un esame più approfondito sotto il profilo della buona governance fiscale: sarà questa la prossima tappa nel processo di elaborazione dell’elenco dell’UE. L’UE collaborerà strettamente con l’OCSE durante il processo di compilazione dell’elenco e terrà conto della valutazione dell’OCSE sulle norme di trasparenza delle giurisdizioni.

Prossime tappe

La valutazione preliminare è stata presentata il 14 settembre agli esperti degli Stati membri nell’ambito del gruppo “Codice di condotta (Tassazione delle imprese)”. Sulla base dei risultati, il gruppo “Codice di condotta” deciderà le giurisdizioni da sottoporre a un esame più approfondito; la decisione dovrebbe essere approvata dai ministri delle finanze entro la fine dell’anno. L’esame dei paesi terzi selezionati dovrebbe iniziare il prossimo gennaio; l’obiettivo è disporre di un primo elenco dell’UE delle giurisdizioni fiscali non cooperative entro la fine del 2017.

Contesto

La compilazione del nuovo elenco rientra nella campagna dell’UE volta a contrastare l’evasione e l’elusione fiscali e a promuovere una maggiore equità fiscale nell’Unione e a livello mondiale. È stata proposta dalla Commissione nel gennaio 2016 nell’ambito della strategia esterna per un’imposizione effettiva e approvata in maggio dai ministri delle finanze dell’UE. Anche il Parlamento europeo ha ripetutamente espresso il proprio sostegno alla compilazione di un elenco dell’UE.

La strategia esterna definisce un processo di elaborazione dell’elenco dell’UE chiaro, equo e obiettivo, articolato in tre fasi.

  • 1. Quadro di valutazione La Commissione pubblica un quadro di valutazione neutro degli indicatori per contribuire a determinare il livello potenziale di rischio del sistema fiscale di ciascun paese nell’agevolare l’elusione fiscale. La Commissione presenta i risultati del quadro di valutazione agli esperti degli Stati membri nell’ambito del gruppo “Codice di condotta” del Consiglio.
  • 2. Esame Sulla base dei risultati del quadro di valutazione, gli Stati membri decidono quali paesi terzi devono essere ufficialmente sottoposti a un esame da parte dell’UE. L’esame delle norme di buona governance fiscale dei paesi terzi sarà svolto dalla Commissione e dal gruppo “Codice di condotta”. Sarà avviato un dialogo con i paesi interessati per consentire loro di rispondere alle preoccupazioni espresse o discutere una cooperazione approfondita con l’UE in materia fiscale.
  • 3. Compilazione dell’elenco Una volta completato l’esame, i paesi terzi che si sono rifiutati di collaborare o di avviare un dialogo con l’UE sulla buona governance fiscale saranno inseriti nell’elenco dell’UE.

L’elenco comune dell’UE è da intendersi come un’ultima possibilità. Sarà uno strumento per trattare con i paesi terzi che rifiutano di rispettare i principi della buona governance fiscale quando tutti gli altri tentativi di avviare il dialogo con tali paesi hanno fallito.

Per maggiori informazioni:MEMO/16/2997

Tasse APPLE, Irlanda, Malta , Italia …

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La competizione fiscale tra gli stati Europei è lecita ma non se lo è in modo selettivo

Per essere competitivo anche sul lato fiscale ma essere sempre compliant con Malta, Italia, Europa e OCSE….le migliori soluzioni a Malta con MALTAway

Un ringraziamento al contributo di NOISE FROM AMERIKA, essendo difficile trovare in italiano un approfondimento capce di fare chiarezza nella nebbia culturale, giornalistica e politica creata dalla decisione recente della Commissione Europea

La sovranità fiscale dei singoli Stati non è in discussione e la competizione fiscale (fra stati membri) nemmeno. Ma questi principi vanno gestiti “a pari condizioni”, non “ad personam”, ed all’interno di un quadro di regole sovranazionali ben definito – com’è il TFUE o come sono i principi OCSE. La fiscalità può creare distorsioni della concorrenza sia quando è artificiosamente e selettivamente bassa, sia, invero, quando è palesemente elevata se, di nuovo, questo avviene solo per alcuni a favore di altri.

Tenete anche presente che, in caso di Brexit se e se mai ci sarà, avere una società in UK anzichè ad esempio a Malta, non consentirà più ad un azionista Europeo di godere dei vantaggi previsti dalla legislazione europea in tema di tassazione alla fonte di redditi societari provenienti da dividendi o capital gain … quindi attenzione ai fatti e alle decisioni che state intraprendendo

maltaway malta HNWI

http://noisefromamerika.org/articolo/caso-apple-mela-ed-paradiso-fiscale-perduto

Il caso Apple: la mela ed il paradiso (fiscale) perduto

Del perché Apple ha (probabilmente) torto e la Commissione ragione, ma non è detto che vincerà in tribunale. Alcune precisazioni tecniche su una questione che ha già scatenato numerose polemiche e che è di rilevanza capitale nel lungo periodo.

I termini della questione

In estrema sintesi, la Commissione UE ha deliberato sulla presunta illegittimità, rispetto alla normativa comunitaria sugli “aiuti di Stato” che violano il principio di “libera concorrenza”, di ruling fiscali (tecnicamente parlando, ATA – advanced tax agreements) concessi dalle autorità irlandesi a due società del gruppo Apple ivi residenti. L’importo da restituire, secondo la Commissione, ammonta a ben 13 miliardi di euro circa, oltre agli interessi, e si riferisce alla sommatoria delle agevolazioni irregolari ottenute nel periodo dal 2003 (la normativa degli “aiuti di Stato” retroagisce fino a dieci anni dall’inizio della procedura) al 2014 (a partire dal primo gennaio 2015 il gruppo Apple ha modificato la sua struttura fiscale irlandese, ndr). L’Irlanda (pare) ed Apple (certamente) faranno ricorso alla Corte di Giustizia europea (come previsto dalla procedura); soprattutto l’azienda di Cupertino ha negato gli addebiti sia con una “lettera aperta” alla clientela europea che tramite interviste sui maggiori media internazionali da parte di suoi manager. I principi in gioco, dipinti da molti come “(necessaria) tutela della libera concorrenza vs (auspicabile) difesa dell’autonomia nazionale in tema di fiscalità”, ma anche come “ingerenza della UE (e delle pretese fiscali in senso lato) vs tutela della libertà economica (e del legittimo risparmio fiscale)”, nonché la dimensione eclatante della cifra in sé (l’Economist si era lanciato in una previsione di “solo” un miliardo di euro circa) hanno dato il fuoco alle polveri dei commenti immediati di molti (spesso senza nemmeno aver visto bene i documenti disponibili, che pur ci sono), tanto che la confusione che si è ingenerata raggiunge livelli di guardia.

La delibera della Commissione

Con il comunicato del 30 agosto 2016, la Commissione UE ha reso noto le conclusioni a cui è pervenuta. Anche l’attuale Commissario Margrethe Vestager, sempre il 30 agosto 2016, è direttamente intervenuta con alcune precisazioni.

Nello specifico, la Commissione ritiene violata la normativa in tema di “aiuti di Stato” in seguito della concessione – da parte dell’Irlanda – di vantaggi fiscali indebiti a favore di due società del gruppo Apple, così da aver determinato una distorsione della concorrenza. Non è quindi in discussione “il regime tributario irlandese in generale né l’aliquota sulle società applicata nel paese”, attualmente pari al 12,5%, bensì due ruling fiscali (uno del 1991 e l’altro del 2007) che concedevano “modalità di determinazione degli utili imponibili […] non corrispondenti alla realtà economica” poiché “la quasi totalità degli utili veniva imputata internamente ad una sede centrale […] esistente solo sulla carta”.

Ciò si realizzava attraverso due meccanismi sovrapposti: (i) uno legato alla concessione del “diritto d’uso” della proprietà intellettuale per i territori diversi dal nord e sud America, con conseguente “accordo di ripartizione dei costi” con il quale le società irlandesi sostenevano la metà della totalità dei costi di ricerca e sviluppo di Apple su base mondiale (facendo emergere così un costo deducibile); (ii) l’altro legato all’attribuzione di una forfetizzazione del reddito imponibile tassabile in Irlanda, parametrato ad un ricarico standard della quota parte dei costi sostenuti di pertinenza della sola branch irlandese (facendo così emergere fiscalmente solo parte dei profitti effettivamente conseguiti). In buona sostanza, in forza dei ruling ottenuti, secondo la ricostruzione della Commissione, da un lato, venivano caricati all’Irlanda costi (deducibili) relativi ad attività di ricerca e sviluppo su base mondiale e, dall’altro, attratti a tassazione solo parte della base imponibile legata (forfetariamente) alle sole attività irlandesi. Volendo rappresentare sinteticamente la struttura fiscale utilizzata da Apple, occorre ricordare come tutte le vendite realizzate nei paesi europei, dai distributori e dai negozi locali (che agivano da meri depositi), venivano imputate direttamente ad una delle due società irlandesi (Apple Sales Int’l; l’altra è società di logistica/assemblaggio), tanto da generare in alcuni casi contestazioni “locali” (vedi il patteggiamento con il fisco italiano) e, nondimeno, la possibilità che anche altri paesi UE possano “rivendicare” parte del “beneficio fiscale” irregolarmente ottenuto.

La commissione, quindi, pur specificando di non avere competenza in materia fiscale, rileva dunque che, “ai fini della tutela dei principi di libera concorrenza”, i ruling concessi dall’Irlanda costituiscono, nel caso in esame, violazione della norma sugli aiuti di Stato (cfr. paragrafi successivi). Margrethe Vestager dice esplicitamente “this selective tax treatment of Apple in Ireland is illegal under EU State aid rules.” e “it gave Apple a significant benefit compared to other businesses […] tax rulings cannot endorse a method to calculate taxable profits of a business that fails to reflect economic reality”.

“This decision sends a clear message: member states cannot give unfair tax benefits to selected companies. No matter if they are European or foreign, large or small, part of a group or not”.

La risposta di Apple

L’attuale CEO di Apple, Tim Cook, ha prontamente replicato, in pari data, con una lettera aperta negando gli addebiti, soprattutto in ordine ai ruling contestati, rilevando l’incertezza giuridica conseguente (che rischia di comportare una riduzione degli investimenti in UE, oltre che di Apple anche di altre multinazionali) e sollevando obiezioni sugli effetti retroattivi della decisione della Commissione.

Anche il CFO di Apple, Luca Maestri, in un’intervista sul Corriere della Sera, è intervenuto sostenendo alcuni elementi a supporto (tra cui l’essere il maggior contribuente sia negli USA che in Irlanda) e rilevando anch’egli la questione della retroattività, pur dichiarandosi a favore di una “soluzione legislativa” che dia certezze, invece che rincorrere contenziosi ex post.

Invero, però, nessuno dei due interventi porta elementi oggettivi di dettaglio a supporto della loro linea difensiva (che, come detto, verrà sostenuta nei ricorsi alla Corte di Giustizia), lasciando anzi “aperte” alcune contraddizioni (cfr. paragrafi successivi).

La lettera della Commissione all’Irlanda

In realtà, ben più interessante ai fini dell’analisi della questione appare la lettera inviata dalla Commissione UE alle Autorità irlandesi già il’11 giugno 2014. È da questo documento che emergono infatti gli elementi maggiormente utili per comprendere i fatti e, di conseguenza, per provare a trarre un giudizio oggettivo.

Intanto, i tempi.

Nel giugno 2013, la Commissione inizia l’esame delle pratiche di ruling fiscale in alcuni stati membri, ai fini della valutazione della potenziale distorsione della concorrenza. Nel dicembre 2014 la Commissione estende a tutti gli stati membri le richieste di informazioni. Nell’ottobre 2015, vengono sanzionate (rispettivamente, per accordi in Lussemburgo e in Olanda) Fiat e Starbucks. Nel gennaio 2016, (per accordi in Belgio) è il turno di altre 35 multinazionali. Sono tuttora in corso procedure (in Lussemburgo) su Amazon e Mc Donald’s. A ottobre 2015, infine, è stato siglato l’accordo politico per uno scambio automatico di informazioni sui ruling fiscali.

Le date sono importanti. La procedura nei confronti di Apple si apre nel 2013. A giugno 2014, la Commissione scrive la lettera (prima citata) alle autorità Irlandesi. Nel 2015, Apple modifica l’organizzazione della sua struttura fiscale in Irlanda (cioè in concomitanza con la sottoscrizione dell’accordo di scambio di informazioni citato). A fine agosto 2016, la Commissione comunica la sua decisione.

Poi, la questione dei fiscal ruling.

Se Tim Cook nella sua lettera smentisce la loro esistenza con un perentorio “we never asked for, nor did we receive, any special deals”, il CFO Maestri già corregge il tiro con un meno secco “Nel 1991 e nel 2007 abbiamo chiesto alle autorità fiscali irlandesi di spiegare esattamente come operare nel paese e come pagare correttamente le tasse. È un procedimento normale che si segue specialmente quando la legislazione cambia. Ma qualunque condizione fiscale a noi applicata, era disponibile anche per le altre aziende”. Nella lettera della Commissione emerge invece – con la citazione di atti, mail e verbali – una realtà del tutto differente (cfr. capitolo 2.3.2; paragrafi 35,36,37,38 e 39). Emergono, almeno da quel documento, elementi oggettivamente sufficienti per poter considerare esistenti i ruling contestati.

Inoltre, in merito alla sede centrale – alla quale venivano imputati gli utili sottratti a tassazione – i rilievi della Commissione vertono sul fatto che “[…] non aveva né dipendenti né uffici propri. Le uniche attività che possono essere collegate alla “sede centrale” sono poche decisioni dei membri del consiglio di amministrazione (molti dei quali lavoravano contemporaneamente a tempo pieno come dirigenti di Apple Inc.) riguardanti la distribuzione dei dividendi, questioni amministrative e la gestione di tesoreria. Queste attività generavano utili in termini di interessi che, secondo l’analisi della Commissione, costituiscono gli unici utili attribuibili […]” a detta “sede centrale”. Per dirlo con le parole della Vestager:

“Our decision concludes that splitting the profits did not have any factual or economic justification. As mentioned, the head office had no employees, no premises and no real activities. Only the Irish branch of Apple Sales International had any resources and facilities to sell Apple products. But under the tax rulings it was the head office that was attributed almost all of the company’s profits – in fact, due to Apple’s set-up, it was attributed almost all of the profits Apple made from selling products throughout Europe, the Middle East, Africa and India”.

Ancora, la questione dei numeri.

L’effetto dell’applicazione dei ruling che consentivano la ripartizione della base imponibile tassabile tra la branch irlandese e la sede centrale, calcolando la base imponibile come percentuale forfetaria di ricarico sui soli costi imputati in Irlanda, ha comportato ad esempio una crescita del carico fiscale meno (molto meno) che proporzionale rispetto al + 415% delle vendite nel periodo 2009-2012.

Nel testo della lettera si legge “In fact, […] the sales income of ASI increased by 415% over the three years 2009-2012 to USD 63.9 billion. For the same period, the operating costs as reflected by the taxable income (which represents around [8-18]% of operating costs of the branch according to the ruling of 2007) increased by [10-20]%. […] As a large part of the operating capacity of ASI as a whole seems to be located in Ireland, the discrepancy between the sales growth and the growth of the Irish operating capacity, cannot be explained” e, ancora “If the 415% increase in sales is only due to an increase in price and not an increase in volumes, it would not be inconsistent that the operating expense of the ASI branch only increase by [10-20]% over the same period. However if the sales volumes increased [as it did, NdR], the operating costs of either the Irish branch of ASI or the operating costs that ASI incurs outside of Ireland should have increased significantly as well. At this stage, the increase in sales cannot be related to a comparable increase in operating costs, which could point to an inconsistency in the profit allocation to the Irish activities.”

Emerge ancora (stavolta dal comunicato stampa del 30 agosto) che “nel 2011 (secondo le cifre comunicate durante audizioni pubbliche del Senato USA) Apple Sales International ha registrato utili per […] circa 16 miliardi di EUR […] ma a norma del ruling fiscale solo 50 milioni di EUR circa erano considerati imponibili in Irlanda: rimanevano quindi 15,95 miliardi di EUR di utili non tassati. Di conseguenza, nel 2011 Apple Sales International ha versato in Irlanda un’imposta societaria che non raggiunge i 10 milioni di EUR, corrispondenti a un’aliquota effettiva dello 0,05% dei suoi utili annuali complessivi. Negli anni successivi gli utili registrati da Apple Sales International hanno continuato a crescere, ma non quelli considerati imponibili in Irlanda secondo il ruling fiscale. Pertanto l’aliquota effettiva è diminuita ulteriormente, fino a scendere ad appena lo 0,005% nel 2014.”

Le contraddizioni di Apple

Oltre che in questo instant fact checking, vi sono anche altri elementi contraddittori nelle tesi finora sostenute da Apple. Sulla (presunta) inesistenza dei ruling si è già detto (cfr, paragrafo precedente), ma la questione ulteriore (prescindendo dalla velata minaccia sulla riduzione degli investimenti) verte, sotto il profilo tecnico, sulla regola fiscale americana di differimento delle imposte sulla parte di utili realizzati all’estero e tassabili solo al momento del loro “rimpatrio” effettivo. Nel conteggio del corporate tax rate il CFO Maestri cita infatti “Nel 2014 abbiamo riportato il 26,1% di tasse sui nostri ricavi e nel 2015 il 26,5%. Nel mondo delle imprese, queste aliquote sono piuttosto fra le più alte”.

Ora, al di là della discutibile veridicità del giudizio comparato che espone Maestri, resta il fatto che Apple ha “accantonato diversi miliardi per versamenti supplementari che faremo quando riporteremo i fondi in America”. Si tratta però di imposte che al momento sono “non pagate” (rectius, “differite”) e che generano, quindi, una distorsione nel carico fiscale effettivo e del processo di armonizzazione della fiscalità internazionale. Nel merito il New York Times (articolo citato) rileva che il beneficio derivante ad Apple dalla “sospensione” della tassazione è abbastanza considerevole: “Apple has also kept more than $200 billion in accumulated profits offshore. That money could someday be brought home and taxed, but Apple is in control of whether or not that actually happens”.

La violazione della Concorrenza e la normativa sugli aiuti di Stato

La questione trova la sua ratio negli articoli 107 e 108 TFUE (cfr, per approfondimentihttps://www.to.camcom.it/sites/default/files/opportunita-europa/26392_CCIAATO_1512015.pdf e, anche, http://www.osservatorioaiutidistato.eu/faq.html ).

In sintesi, una misura o un’operazione rientra nel campo di applicazione del principio di incompatibilità degli aiuti di stato, quando: (i) ha origine statale ovvero mediante risorse statali…”; (ii) concede un vantaggio “selettivo” a talune imprese o talune produzioni; (iii) falsa o minaccia di falsare la concorrenza (in ambito comunitario); (iv) incide sugli scambi tra gli stati membri. Posto l’inciso «sotto qualsiasi forma» (contenuto nella norma) è giuridicamente considerato pacifico, in via generale, che anche misure fiscali possano costituire violazioni al principio del divieto degli aiuti di Stato, (cfr. giurisprudenza della Corte di Giustizia e Comunicazione 98/C 384/03).

Sono sempre compatibili con il mercato interno, invece, gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione che siano accordati senza discriminazioni determinate dall’origine dei prodotti, e gli aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali. Possono inoltre considerarsi compatibili con il mercato interno gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni con tenore di vita anormalmente basso o con grave sottoccupazione, ovvero gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di progetti di interesse europeo o a porre rimedio a crisi dell’economia di uno Stato membro; ancora, gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse e gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio nonché altre ipotesi di aiuti deliberati in sede UE di volta in volta.

Sotto questo profilo, nessuna di queste fattispecie pare essere utilizzabile nel caso in esame. Ciò determina, da un lato, la legittimità dell’intervento della Commissione, visti anche i precedenti giurisprudenziali (i cui estremi sono riportati nei documenti citati) e, dall’altro, sposta il fulcro della questione sulla legittimità o meno dei ruling fiscali contestati.

La competizione (fiscale) fra Stati, ruling e “transfer pricing”

Il punto centrale, quindi, diventa questo: nonostante la Commissione “in sé”, non abbia specifici poteri di intervento in materia fiscale, è la validità o meno degli accordi fiscali convenuti fra l’Irlanda e Apple a determinare gli effetti della vicenda; se sono irregolari, cioè selettivi e rilevanti sugli scambi fra gli stati membri nonché distorsivi della concorrenza in ambito comunitario, la tesi della Commissione risulterà vincente, altrimenti no.

La questione è molto controversa (tanto politicamente che in dottrina) e soggetta a numerose stratificazioni normative (locali e internazionali) cumulatesi nel tempo, tanto da essere difficilmente illustrabile esaustivamente in poche righe. Ad ogni buon conto (per maggiori approfondimenti; una interessante sintesi della questione tecnica può essere rinvenuta anche qui), di seguito si riassumono i lineamenti principali utili al fine di comprendere i punti principali.

Occorre dire che, in linea di principio, il ricorso ai ruling (rectius, come detto in premessa, ATA) non costituisce “di per sé” una violazione automatica del principio di libera concorrenza essendo, soprattutto in alcuni stati, di diffuso utilizzo (non così in Italia, dove è stato solo recentemente introdotto in casi particolari e dove è invece più diffuso lo strumento del c.d. ’interpello”, che si differenzia dal ruling poiché attiene a questioni “interpretative” di norme già esistenti e non ha contenuti “derogativi” alle stesse). Invero, il ricorso a tale strumento da parte di uno stato membro dovrebbe comunque allinearsi ai principi (sottoscritti) del TFUE, limitazioni date dagli effetti della distorsione della concorrenza e dal divieto di aiuti di stato compresi.

Semmai, occorre altresì distinguere il tema della concorrenza fiscale tra stati da quello della concorrenza tra operatori economici in ambito comunitario, poiché (come già chiarito in precedenza) non è in discussione la prima, cioè la sovranità fiscale di ciascun stato (nel caso dell’Irlanda l’aliquota di corporate tax rate del 12,5% attuale), ma la potenziale distorsione della seconda. Le stesse indicazioni dell’OCSE, infatti, affermano come – nel rispetto dell’arm’s length principle in virtù del quale il trattamento eventualmente riconosciuto ad una impresa (o ad un settore) non deve essere “selettivo” e le transazioni tra eventuali parti correlate (compresi i “riparti di costi e ricavi”, come nel caso di specie) devono rispondere a condizioni e termini che sarebbero applicati dalle stesse anche in assenza di qualsiasi collegamento funzionale – il ricorso ai ruling possa essere considerato accettato.

La (il)legittimità dei ruling nel caso di specie

La Commissione, fin dalla lettera del giugno 2014, sostiene che “[…] is of the opinion that the contested rulings do not comply with the arm’s length principle. Accordingly, the Commission is of the opinion that through those rulings the Irish authorities confer an advantage on Apple. That advantage is obtained every year and on-going, when the annual tax liability is agreed upon by the tax authorities in view of that ruling.” E, ancora “That advantage is also granted in a selective manner. While rulings that merely contain an interpretation of the relevant tax provisions without deviating from administrative practice do not give rise to a presumption of a selective advantage, rulings that deviate from that practice have the effect of lowering the tax burden of the undertakings concerned as compared to undertakings in a similar legal and factual situation. To the extent the Irish authorities have deviated from the arm’s length principle as regards Apple, the contested rulings should also be considered selective. […] Given that the rulings were concluded after the entry into force of the Treaty in your country, the measure constitutes new aid within the meaning of Article 1(c) of Council Regulation (EC) No 659/1999. However, any potential recovery would be prescribed for aid granted before 12 June 2003, in accordance with Article 15 of that regulation”,

Va detto, sul punto, che – in assenza di elementi diversi a difesa delle ragioni di Apple, non ancora resi noti – da quanto emerge dai documenti analizzati (e qui via via linkati) risulta difficile non concordare con le conclusioni della Commissione sull’irregolarità dei ruling, tanto sotto il profilo della selettività (il metodo di ripartizione dei ricavi e dei costi all’interno della struttura utilizzata “non” si presta a “replicabilità” automatica) quanto sotto il profilo della “congruità” delle imputazioni contabili (fra branch irlandese e sede centrale, aggravata dalla “fittizietà” di quest’ultima).

Chi deve pagare (e perché) e a chi

Dando per acquisiti gli elementi e i ragionamenti fin qui espressi e ricordando come, in presenza di ricorsi da parte di Apple e dell’Irlanda, l’ultima parola spetterà alla Corte di Giustizia, restano sul tappeto ancora alcune questioni che hanno generato discussioni fra i non addetti ai lavori (ma che, invero, sono semplici da dirimere conoscendone gli aspetti tecnici). Queste questioni consistono nel periodo temporale di riferimento, nel soggetto tenuto a pagare e nel soggetto che ha il diritto ad incassare.

Il riferimento temporale è sancito dal TFUE stesso, e trova un limite nei dieci anni antecedenti alla prima richiesta di informazioni. Essendo questa del 2013, il riferimento temporale sarà 2003-2014 (poiché dal 2015 Apple, come già rilevato, ha modificato la sua struttura fiscale).

Il soggetto tenuto a pagare è, ai fini della normativa in esame e in linea con tutti i precedenti (per esempio), l’impresa che ha beneficiato degli aiuti irregolari (in questo caso costituiti da minori imposte per vari anni, che hanno aumentato la disponibilità finanziaria destinabile ad investimenti da parte di Apple), quindi nel caso di specie, Apple. Ciò è anche di logica linearità stante che, non trattandosi di una “multa”, ma di una “restituzione” di un indebito vantaggio, questo si è generato gravando sui contribuenti dello stato che non ha incassato le imposte altrimenti dovute e, qualora si imputasse a quest’ultimo il pagamento, i suoi cittadini (taxpayers) si vedrebbero gravare di un doppio danno (il vantaggio concesso all’impresa e la restituzione con le proprie tasche).

Infine, chi incasserà le somme contestate. Non l’UE, che non è parte in causa sotto il profilo sostanziale, ma lo stato che ha concesso il ruling irregolare, nel caso di specie l’Irlanda. Ciò deriva come ovvia conseguenza dal perché a pagare è tenuta l’impresa beneficiaria e in capo allo stato concedente vige l’obbligo di adempiere all’escussione delle somme. Questo anche perché il beneficiario ultimo di quelle somme non necessariamente sarà solo quest’ultimo. Infatti, per effetto di ciò che emergerà dalla decisione della Commissione, dagli atti che verranno presentati in processo e dalla sentenza della Corte di Giustizia, ben potrebbero scaturire (soprattutto nel caso in esame, stante la logica distributiva dei prodotti utilizzata e prima descritta) pretese fiscali da parte di altri stati membri per la loro quota parte eventualmente spettante ove si rilevassero violazioni alle singole normative interne (c.d. “effetto domino” derivante dall’irregolarità a monte). In tale evenienza (tutta da verificare nella sua concretizzabilità) l’ammontare stabilito del risarcimento spettante all’Irlanda verrà ridotto in tutto o in parte da quanto eventualmente rivendicato da altri paesi membri.

Quindi, come finirà (per quel che si può prevedere ora)?

Difficile, nonostante tutto, dirlo. Intanto perché non sono disponibili (per ora) “tutti” i documenti necessari e (soprattutto) la cristallizzazione delle linee difensive dei soggetti ricorrenti. Poi perché la Commissione, nel suo operato, non ha illustrato (ad ora) il criterio oggettivo della determinazione della cifra dei 13 miliardi di Euro, così che risulta oggi impossibile pronunciarsi su questo punto. Presumibilmente, sarà proprio questo uno dei temi su cui verteranno le tesi difensive, cercando di ridurre la base imponibile per ottenere la riduzione delle imposte da restituire. Infine, perché le pressioni politiche (ed economiche) a vario livello (anche internazionale, da parte degli USA in particolare), stante la rilevanza eclatante della cifra e del soggetto debitore, si faranno sicuramente sentire ed è difficile prevederne gli esiti.

Resta fermo un fatto. La Commissione pare essersi mossa nel rispetto sia dei suoi poteri che nella ricostruzione della “selettività” dei ruling contestati. Ciò rilevato, chiunque abbia a cuore la “certezza del diritto” (proprio quella che invoca nella sua lettera Tim Cook) non può che augurarsi che si tenga fede al principio della tutela della concorrenza e dell’indisponibilità a concordare imposte “ad personam” lesive di quest’ultima. Le imposte “ad personam”, oltre a violare i presupposti del principio liberale di pari trattamento e di neutralità fiscale sui mercati, rischiano di essere foriere di nuove corruttele e di un ritorno ad impropri ed opachi vassallaggi.

Le imposte è senz’altro opportuno che siano il più possibile contenute (per più ragioni di efficienza economica), la sovranità fiscale dei singoli Stati non è qui assolutamente in discussione e la competizione fiscale (fra stati membri) nemmeno. Ma questi tre principi o scopi o metodi di governo vanno gestiti/perseguiti/implementati “a pari condizioni”, non “ad personam”, ed all’interno di un quadro di regole sovranazionali ben definito – com’è il TFUE o come sono i principi OCSE. La fiscalità può creare distorsioni della concorrenza sia quando è artificiosamente e selettivamente bassa, sia, invero, quando è palesemente elevata se, di nuovo, questo avviene solo per alcuni a favore di altri. In entrambi i casi occorre rimuovere la distorsione in capo al singolo (o ai singoli, nel caso di privilegio/danno d’un gruppo specifico) poiché danneggia la libera concorrenza. Meriterebbe rinnovata analisi anche il secondo caso, quello di elevata tassazione concentrata solo su certi soggetti economici costretti a concorrere con altri che a tale eccessiva tassazione non sono esposti. Un tema trascurato dai più e senz’altro, che io sappia, dalla Commissione.

Voglio infine sottolineare, in chiusura, che difendere e sostenere pratiche distorsive, siano esse il ricorso ai ruling irregolari o il ricorso a pratiche evasive (si, anche l’evasione genera, economicamente parlando, effetti sulla concorrenza), non risponde affatto a principi liberali.

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